Il melanoma? Grazie all’immunoterapia non è più una condanna. Napoli al centro della ricerca

394

C’era un tempo, non lontano, in cui una diagnosi di melanoma metastatico significava aspettativa di vita di pochi mesi. Oggi quello scenario è stato ribaltato. L’immunoterapia ha trasformato il sistema immunitario da spettatore passivo a protagonista del controllo della malattia e, in alcuni casi, della guarigione.

Il melanoma è stato il banco di prova mondiale di questa svolta. I dati parlano chiaro: quasi la metà dei pazienti in stadio avanzato oggi guarda al futuro con prospettive concrete.

A fare il punto sono gli specialisti della Società Campana di Immunoterapia Oncologica (Scito), riuniti a Napoli per il meeting annuale dedicato all’immunoterapia oncologica, con un focus specifico sul melanoma.

I numeri che hanno cambiato la prognosi

“Tra tutti i tumori, il melanoma è certamente quello contro il quale i progressi dell’immunoterapia hanno da subito prodotto risultati clinici rilevanti”, spiega Paolo A. Ascierto, presidente di Scito e della Fondazione Melanoma, nonché professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli. “La ricerca sta andando avanti velocemente, offrendo nuove speranze soprattutto a coloro che solo 10 o 20 anni fa non ne avevano alcuna”.

Il salto è netto. Prima dell’arrivo degli inibitori dei checkpoint immunitari, la sopravvivenza a 5 anni per un melanoma in Stadio IV era inferiore al 10%.

Oggi lo scenario è radicalmente diverso. I dati dello studio clinico CheckMate 067 mostrano che la combinazione di due farmaci immunoterapici, Nivolumab e Ipilimumab, ha portato la sopravvivenza globale a 10 anni al 43%.

“Per chi raggiunge una risposta completa, la probabilità di essere vivo a 5 anni supera l’85%, con molti pazienti che possono persino sospendere le cure”, sottolinea Ascierto. Anche nei casi più complessi, come le metastasi cerebrali asintomatiche, la combinazione immunoterapica ha mostrato tassi di risposta di circa il 50%, un risultato impensabile fino a un decennio fa.

Dalla fase avanzata alla prevenzione delle recidive

L’immunoterapia non è più solo un’arma per la fase avanzata. La nuova frontiera è rappresentata dalla terapia adiuvante e neoadiuvante: trattamenti somministrati prima o subito dopo l’intervento chirurgico per addestrare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere eventuali cellule tumorali residue.

Nello studio CheckMate 238, la sopravvivenza libera da recidiva a 3 anni è salita al 58%, riducendo in modo significativo il rischio di ritorno della malattia.

“A differenza della chemioterapia tradizionale, che attacca direttamente le cellule comprese quelle sane, l’immunoterapia agisce come un personal trainer per le difese dell’organismo”, spiega Ascierto. “Toglie i freni al sistema immunitario, permettendo alle cellule T di identificare il tumore come un nemico da eliminare. Questo non solo aumenta l’efficacia, ma crea una memoria immunologica che continua a proteggere il paziente nel tempo”.

Cambio di paradigma

In questo scenario globale, la Campania occupa un ruolo di primo piano. Sono infatti ancora in corso sul territorio alcuni dei trial clinici internazionali più promettenti: vaccini terapeutici, terapia cellulare TIL (linfociti infiltranti il tumore), virus e batteri oncolitici, oltre a nuove strategie di immunoterapia locale.

Nonostante i risultati, la sfida resta aperta. “Circa il 30-50% dei pazienti non risponde ancora in modo ottimale o sviluppa resistenza”, conclude Ascierto. “L’obiettivo è capire perché alcuni sistemi immunitari abbiano bisogno di un boost extra e come personalizzare ulteriormente le cure”.

Se un tempo la diagnosi chiudeva ogni prospettiva, oggi la parola chiave è controllo a lungo termine. E in oncologia, non è un dettaglio: è un cambio di paradigma.