È il momento della crescita Riflettori puntati sulla Bei

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Può la Bei, la Banca europea per gli investimenti, assumere il ruolo che nel Dopoguerra ebbe la Banca Mondiale nel progettare e promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno? Può la stessa Può la Bei, la Banca europea per gli investimenti, assumere il ruolo che nel Dopoguerra ebbe la Banca Mondiale nel progettare e promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno? Può la stessa Bei assumere per questa via la chiara e riconosciuta connotazione di organismo per la crescita dopo che la Bce, la Banca centrale europea, è l’occhiuto guardiano della stabilità? Può accadere tutto questo se per di più il vice presidente dell’istituto Lussemburghese è un italiano con radici in Campania, Dario Scannapieco, tra l’altro al vertice del Fondo europeo per gli investimenti (Fei)? Per saperlo non c’è modo migliore che chiederlo a lui personalmente specificando che la suggestione di un istituto per la crescita che lavori in parallelo con quello per la stabilità è emersa con forza dal seminario di Ischia che ha generato il Manifesto su Economia Etica ed Estetica (riproposto in altra parte del giornale) su particolare indicazione di Paolo Savona da qualche giorno in libreria con il Banchiere del Mondo edito da Rubbettino. E allora, presidente Scannapieco, se la Bce è l’istituzione a presidio della stabilità può la Bei definirsi come l’istituzione che promuove la crescita? È quello per cui siamo nati. Il motivo dell’aumento di capitale completato nel 2013. Perché non rompiamo gli indugi e chiamiamo la Bei Banca per lo sviluppo europeo stressando sul ruolo che deve svolgere approfittando del semestre a guida italiana? È la politica a decidere. Noi siamo uno strumento per favorire investimenti diretti a migliorare la competitività. Gli investimenti languono… Proprio così. In Europa dall’inizio della crisi a oggi si registra un calo del 15 per cento. In Italia va peggio e del Mezzogiorno meglio non parlare. Appunto. Che fare? Ci vuole un progetto. Soprattutto al Sud si passa da un’ipotesi all’altra senza fermarsi su nulla. Oggi di che cosa si parla? Di tutto un po’. Occorre invece un piano razionale di infrastrutture materiali e immateriali per meglio connettere il Mezzogiorno al resto dell’Europa e per renderlo una regione che possa attrarre investimenti. Non potreste sopperire con le vostre capacità? Potremmo certamente offrire supporto e consulenza una volta che la politica abbia definito gli obiettivi. Vede con favore la possibile formazione di una macroregione meridionale come frutto di collaborazione tra le varie istituzioni? Assolutamente sì. Soprattutto in funzione d’investimenti con un minimo di massa critica. Come si fa a scegliere? Bisogna guardare al ritorno economico per definire la priorita’ degli investimenti, e cioè al beneficio che un’opera che genera per la comunità. È un compito difficile. Chi lo può svolgere? Questo è un punto centrale. C’è necessità in Italia e nel Mezzogiorno di rafforzare la capacità decisionale e operativa delle amministrazioni. Perché non si fa? Per come stanno le cose, non vedo le condizioni per attirare simili competenze. Torniamo sempre al punto di partenza. Come si rompe questo circolo vizioso? Le Bei può sicuramente aiutare. Esiste un programma per il quale possiamo prestare ai paesi nuovi entranti tutti i professionisti utili all’ottenimento e al buon utilizzo dei fondi strutturali. L’Italia non è certo un nuovo entrante… Infatti non possiamo ancora fornire questo tipo di consulenza ma il tema di allargare il meccanismo a tutti i paesi aderenti è all’ordine del giorno. L’Italia e particolarmente il Sud ne potrebbero ricavare un gran beneficio. Dall’accordo tra Eugene Black, mitico presidente della Banca Mondiale, e Donato Menichella, governatore della Banca d’Italia, nacque la prima Cassa del Mezzogiorno con il compito di portare la crescita al Sud. Ha fiducia nella nuova Agenzia per la coesione? E’ una scelta che va nella direzione giusta. Potenziare il coordinamento tra le regioni è fondamentale. Il problema vero è che dal Mezzogiorno, tranne rare eccezioni, non arrivano progetti degni di questo nome. E pensare che… Che cosa? Che la Bei fu fondata nel 1957 su impulso dell’Italia proprio come strumento finanziario per il progresso del Mezzogiorno. Intanto che (non) si studia le nostre città cadono a pezzi. A Napoli si può letteralmente morire sotto i calcinacci o colpiti da un albero. È mai possibile? L’Europa consente di utilizzare molti fondi per il rinnovamento urbano. Ma, ripeto, ci vogliono competenze e progetti che continuano a mancare. Alla fine della guerra si affermò autorevolmente che mai più paesi avanzati avrebbero accettato alti livelli di disoccupazione. Ce ne siamo dimenticati? Il Consiglio europeo del 2013 ha definito la situazione non tollerabile. Si sono creati nuovi strumenti per affrontare il problema. Che cosa serve? Serve una politica di stimolo della domanda aggregata. Potrebbe essere questa l’opportunità per colmare il divario in termini di infrastrutture materiali e immateriali. E poi una burocrazia coraggiosa ed efficace. In assenza siamo condannati? Mettiamoci nei panni di coloro cui chiediamo d’investire: perché dovrebbero farlo? Nella classifica del fare business l’Italia è agli ultimi posti. Non parliamo del Mezzogiorno. Spetta a noi creare le condizioni giuste. Come giudica le riforme avanzate dal governo Renzi? Indispensabili. L’Italia è ferma da settant’anni alle stesse regole mentre il mondo cambia in fretta. Ha fiducia che possano realizzarsi? Posso solo rispondere che dobbiamo tornare a pensare in termini ambiziosi. Dobbiamo voler risalire la graduatoria dell’attrattività mondiale e restare saldamente tra i primi posti. Ritiene giustificata la richiesta di considerare gli investimenti per lo sviluppo al di fuori del patto di stabilità? Solo se riguardano impegni europei come le reti transnazionali. In questo caso ha una sua logica chiedere che gli investimenti relativi siano considerati fuori patto.