Il Napoli e l’enigma Sarri. Dal mito solitario di Maradona, alla metafora della muta di lupi affamati di gol

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I tentativi di spiegare l’enigma Sarri ora non si contano. Si sprecano. E mi pare, anche per la sua autorevolezza, che Biagio de Giovanni sia andato tra tutti più in profondità, cogliendo le sfumature più intriganti del carattere dell’allenatore in tuta. “E’ l’immagine della bella provincia italiana”, ha spiegato il filosofo in una bella intervista rilasciata al sito il Napolista. E poi: un uomo sano, schietto, bravo, che sembra provenire da molto lontano. Che sa guardare oltre se stesso. E non è di passaggio, perché lascia il segno. E non preso da sé, ma è ironico e autoironico.

Qualcosa da aggiungere?

Sì, qualcosa c’è. Anzitutto perché la triade “sano-schietto-bravo” non è esauriente. Manca un altro aggettivo, forse più appropriato: sobrio.

Sobrio non è sinonimo dei precedenti. E’ un addendo che, preso in considerazione, cambia il totale. Sobrio Sarri lo è, ad esempio, quando resta sotto le righe nelle sue dichiarazioni. Stimolato o provocato dai giornalisti più scafati, adotta sempre la “mossa del cavallo”, che nel calcio corrisponde alla finta di corpo con dribbling.

Sobrio è soprattutto perché quel che guadagna gli basta e lo dice, aggiungendo che la vita ha fatto di lui un privilegiato. Quindi ringrazia, pure, della grazia ricevuta. Il che fa pensare che tutto sia tranne che “un uomo di provincia”, se è vero (e temo sia vero) che molta della provincia italiana è malata, bacata, guasta. Sempre ansiosamente sulle orme di un valore di scambio e di status symbol: il suv o la barca a mare, la villa in montagna, il rolex.

No, Maurizio Sarri non viene dalla provincia: viene dal un altro luogo. Forse da un altro tempo.

Nel mondo platini/moggiano del calcio, Sarri è un ET. Uno straniero. Difatti non solo è “estraneo” a quell’ambiente, ma è anche “strano” con la sua tuta da ginnastica che parte come segno distintivo di ineleganza per diventare infine un cult. Ed è strano anche perché uno che da tanti anni vive di sport, all’età che ha, non dovrebbe dichiarare in maniera esplicita il “piacere del fumo”. Uno sportivo che, all’età di 57 anni, si permette anche di tenere in mostra un po’ di pancetta che tanto dà l’idea di cucina che sa di coniglio alla livornese, tanta cipolla e 4 alici salate… è in totale distonia con l’immagine tanto vegana e sexy del coach asciutto ed azzimato, tipo Garcia, Mancini, Zinedine Zidane…

Come strano Sarri ricorda Chancy, indimenticato personaggio interpretato da Peter Sellers. Ai giornalisti di Sky e Mediaset, infatti, potrebbe anche rispondere come l’improbabile protagonista di “Oltre il giardino”. E cioè che la crisi sta finendo perchè “in primavera ci sarà la crescita”. Non c’è nulla di più profondo e utile, insomma, che continuare a guardare il mondo in cui sei dentro dal di fuori, come al cinema.

Se, come tutti a Napoli auspicano, anche quelli che non avrebbero scommesso un soldo su di lui, Sarri porterà a qualcosa di “storico” (lasciando, appunto, il segno) sarà in una maniera del tutto nuova. Sarà in un modo del tutto diverso dal chiassoso e bulimico approccio del dio di Napoli per antonomasia, Maradona. Come eroe omerico, Diego era simile ad Achille l’invincibile, che si stacca dal manipolo e annienta le difese avversarie da solo. Sarri invece è più simile a Ulisse, il “peritus nauta” che supera tempeste e marosi, integrandosi con il destino dei cuoi compagni di equipaggio fino al punto di fusione.

Il capitano sa fiutare il vento. Se il vento manca non resta il remo. A patto però che tutte le dita si stringano al legno e tutti spingano all’unisono.

Dalla ferinità solitaria del “puma”, si è passati così alla corale impetuosità della “muta di lupi” affamati di gol. Qualcosa vorrà dire. Forse.