Il Narcissus di Giuseppe Leone alla Bibliothè Art Gallery di Roma per la rassegna Signum

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in foto l'opera "Narciso la linea della conoscenza" di Giuseppe Leone

Sarà presentata il prossimo 28 marzo alle ore 18,30 presso la Bibliothè Art Gallery in via Celsa 4/5 a Roma l’opera Narcissus di Giuseppe Leone, in occasione dell’appuntamento mensile previsto da Signum (Opera Unica). Il curatore della mostra è il critico d’arte e ideatore della rassegna Francesco Gallo Mazzeo, la direzione e il coordinamento sono affidate a Enzo Barchi mentre l’assistenza tecnica a Rosario Sprovieri. Lo scenario in cui vanno a collocarsi le rappresentazioni delle opere ogni mese selezionate è quello di una vera e propria narrazione risultante da una commistione di linguaggi. A raccontare Narcissus saranno l’interpretazione di Laura Giulia Cirino e Sergio Palma e l’accompagnamento musicale di Rubén Palma. A completare il racconto dell’opera è Giuseppina Scognamiglio, professoressa di Letteratura teatrale italiana dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, che ha tradotto in parole l’opera di Giuseppe Leone definendola una singolare versione figurativa «in cui il verosimile viene sostituito dal trascendente che esibisce, come sua chiave, la meraviglia, lasciando all’aspetto iconico il compito di garantire la copertura spirituale necessaria allo svolgere dell’ordito pittorico» riprendendo le parole contenute all’interno del suo Textus Mayor, appositamente composto per la narrazione di Narcissus prevista da Signum e qui di seguito riportato.

in foto Giuseppe Leone
in foto Giuseppina Scognamiglio

Un quadro può essere letto come un racconto e molte volte l’intenzione dell’autore è proprio quella di narrare usando il linguaggio pittorico come forma espressiva.
L’opera di Giuseppe Leone è stata eseguita con pennellate di colori vivaci: il personaggio in campo è caratterizzato da un’ angoscia esistenziale profondissima; sembra quasi che la sua figura, inclinata in avanti, urli silenziosamente ma disperatamente.
È certo però che Leone non vuole rappresentare nulla che si possa comprendere con la semplice ragione, ma piuttosto come se fosse il frutto di un sogno abitato da simboli mitico-sacrali e da figure misteriose.
Ciò che maggiormente colpisce è l’accesa sensibilità visionaria del pittore sfociante, poi, in arditezze icastiche dai toni audaci: sulla tavolozza rinveniamo non solo il nero, il bianco, il rosso, ma anche il verde, il giallo, l’azzurro, vale a dire i cosiddetti colori primari, dal cui semplice accostamento Leone riesce ad ottenere effetti straordinari e note cromatiche dense.
Siamo di fronte ad una forte contaminazione fra mitologia e sacralità; c’è da dire che il mito, quello che domina il quadro, è una teofania, è l’irruzione del soprannaturale, è l’epifania del divino che genera una più che accentuata tendenza ad una pittura volta al mirabile, allo straordinario, per cui, in questa singolare versione figurativa, il verosimile viene sostituito dal trascendente che esibisce, come sua chiave, la meraviglia, lasciando all’aspetto iconico il compito di garantire la copertura spirituale necessaria allo svolgere dell’ordito pittorico.
Risulta estremamente rassicurante che il mito interpretato da Leone in pittura si allontani dal modello tecnico del ‘già visto’ per ritrovare l’originalità del ‘fuori programma’; il mito, dunque, come continua fonte d’ispirazione, come elemento stimolante per preziose pulsioni artistiche. In effetti, viene, qui, palesata la consapevolezza acuta di una significativa dimensione non solo antropologica ma anche mitico-sacrale.
L’ elemento coloristico preminente risulta essere oltre al nero, colore che rende cupa l’atmosfera  di un mondo ove poi l’artista inserisce violenti contrasti espressivi privi di ogni chiaroscuro e di ogni passaggio tonale, il rosso, altro grande protagonista del campionario e simbolo di energia vitale, che sembra giocare con la luce e che, con grande forza figurativa, rappresenta varie modulazioni pittoriche, assieme al tono caldo di un giallo che, assumendo brillanti sfumature dorate di oro lucente, rende ancora più intensa l’incisiva e folgorante potenza evocativa del quadro, caricando, così il mito di notevoli suggestioni e tensioni di lirica dinamica.D’altronde , Giuseppe Leone ha fatto, dell’ antropologia pittorica, un uso intelligente e riguardoso, sottraendosi alla noiosa celebrazione di un archetipo che, anzi, viene da lui ravvivato nel segno di un rapporto  fondamentale fra tradizione e innovazione. 

                                                            Giuseppina Scognamiglio