Il neurologo: “Contro emicrania troppo fai da te”

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Milano, 15 giu. (AdnKronos Salute) – “Nella cura dell’emicrania i pazienti sono troppo abituati al ‘fai da te’, anche per le caratteristiche della malattia: hai l’attacco acuto, prendi la pastiglia e pensi che tutto sia risolto, e invece spesso è l’inizio di un calvario”. Così Fabio Frediani, neurologo e presidente dell’ Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee (Anircef) parlando dell’approccio alla malattia di molti pazienti affetti da emicrania, in occasione del IX Congresso Nazionale di Anircef “Le cefalee alla svolta verso il futuro”, in corso all’Università Statale di Milano.

“Il percorso ideale del paziente affetto da emicrania è quello di rivolgersi al proprio medico, che deve individuare la migliore cura; se il medico non è in grado di diagnosticarla al meglio il paziente deve rivolgersi ai centri per le cefalee”, aggiunge Frediani.

“La mancanza di collaborazione tra paziente e medico è un altro tema da affrontare, ognuno va per la sua strada e noi troppo spesso ci limitiamo a prescrivere un farmaco e a chiedere di tornare per un controllo – denuncia Gennaro Bussone, primario emerito Fondazione Irccs dell’Istituto neurologico Carlo Besta – è indubbio che c’è un problema culturale sulla cura delle cefalee, si sottovaluta il fatto che non si tratta di un mal di testa come gli altri. È necessario cambiare l’approccio del paziente all’ambiente che lo circonda”, ammonisce.

Un altro aspetto fondamentale “messo in evidenza da recenti studi sull’emicrania”, secondo il neurologo, è “il vissuto psicologico del paziente che – sottolinea Frediani – non è un vissuto solo di morbilità ma è legato al dolore: l’esperienza del dolore, dell’attacco di mal di testa, plasma i circuiti cerebrali creando un substrato che alimenta se stesso e quindi può portare alla cronicità. Occorrerà trovare il modo per agire in maniera completa, sia sul piano farmacologico, sia sulle correzioni di queste disfunzioni”.

“L’obiettivo del futuro – sostiene – è superare l’approccio di cura che si limita alla prescrizione del farmaco, come si è iniziato a fare negli anni ’60, ma occorre curare il paziente pensando non solo al singolo attacco ma mirando a farlo stare bene in maniera olistica, a 360 gradi”, ha concluso Frediani.