Il nuovo umanesimo di Bergoglio
largo alla carità dei Santi di Napoli

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E Allora, largo alla speranza. Questo lo slogan che il cardinale Crescenzio Sepe ha preferito per la visita di papa Francesco alla Chiesa che vive qui e E Allora, largo alla speranza. Questo lo slogan che il cardinale Crescenzio Sepe ha preferito per la visita di papa Francesco alla Chiesa che vive qui e alla città che, secondo la misura diocesana, è un insieme di Comuni. Che non si tratti di uno spettacolo, lo dicono, oltre alle poche ore del soggiorno, lo slogan stesso, che è anche una sorta di allarme. Si tratta di fare largo a qualcosa, anzi a qualcuno, che i piani, le organizzazioni, il marketing rischierebbero di lasciar fuori, di vietare. Non si deve, non si può non fare spazio a chi annuncia la speranza. È come un appello di un’ambulanza che chiede strada su una tangenziale affollata: fate largo! Ma è anche un grido, lanciato da uno che il lessico familiare classico chiamava appunto papas, cioè papà. Per un credente, papà è anzitutto Dio, che i cristiani invocano padre che è nei cieli. E, dal III secolo, papà è anche il vescovo di Roma, come fin dal suo primo apparire volle proclamarsi l’excardinale J. M. Bergoglio: “La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo”. Ora il vescovo che è stato preso “quasi alla fine del mondo”, è il papà di una comunità “che presiede nella carità tutte le Chiese”. Quindi è anche il papà di ogni chiesa cristiana unita a Roma. Per cui, il grido di fare largo alla speranza ci viene ripetuto da uno che presiede nella carità, cioè nell’amore senza misure: un amore che è qualcosa in più dell’eros, dell’amicizia, del vincolo coniugale, in quanto coincide con Dio stesso. Un amore che la gente di Napoli sa capire e sa dare. Questo mostrano, ad esempio, i suoi santi della carità sfrenata, cioè i Lodovico da Casoria, le Caterina Volpicelli e i Bartolo Longo. Già Bartolo, il co-fondatore del Santuario di Pompei con l’aiuto della moglie Marianna, conosciuta a Napoli nella casa di Caterina. Un amore esagerato, che si può, si deve, aspettare non soltanto dalla gente normale dei quartieri-bene, ma soprattutto dai vulnerabili sociali. Da quelli, cioè, che sono esclusi non soltanto perché abitano in periferia, abbandonati dai piani di manutenzione; o da quelli che dimorano in una cella, magari super-affollata, dove dovrebbero stare soltanto detenuti in attesa di giudizio e dove, comunque, affluiscono ogni giorno quasi duemila parenti; o da quelli, colpiti dalla malattia, che non sempre trovano pronto uno Stato che, pure, si dichiara solidale. Giovedì 12 marzo, dalle ore 11, anche la Facoltà teologica di Capodimonte ripeterà quel grido con gli interventi di Carmelo Dotolo(Pontificia Università Urbaniana), Maurizio Schoepflin (Pontificia Università della Santa Croce Issra), Edoardo Scognamiglio (Ministro provinciale dei Frati Minori Conventuali di Napoli), Ignazio Schinella (direttore del Biennio di specializzazione in teologia pastorale Pftim). Per l’occasione sarà presentato il libro “Dalla fine del mondo un nuovo umanesimo cristiano” di Carmine Matarazzo (Edizioni Cantagalli). Forse quell’appello e quel grido sono anche un atto di accusa, non tanto contro i bestiali carnefici che uccidono ogni speranza col sopruso, la violenza, la sopraffazione, la delinquenza organizzata, la violenza sportiva, la corruzione, la marginalizzazione sociale, il degrado ambientale, quanto contro tutti coloro che, al giorno d’oggi, preferiscono non sapere, non capire, non interrogarsi e, al massimo, andare a sventolare qualche bandierina nel mezzo di piazza del Plebiscito o sul Lungomare.