Il Paese delle contraddizioni

in foto Claudio Descalzi (Imagoeconomica)

È a dir poco singolare dover prendere atto che l’Italia sia diventata un Paese dove i poveri continuano a essere sempre di più. Tutt’altra cosa che affermare che l’ Italia sia da classificare come Paese povero. Accade infatti che lo stesso stia crescendo più della Germania, un tempo la locomotiva d’ Europa, nonostante fosse uscita a brandelli dall’ ultima guerra. Tanto non solo in termini di PIL, quand’anche di innovazione tecnologica e altro. Tanto valse anche per il volume di capitali per investimenti produttivi che cominciarono a giungere dall’ estero. In più c’è da aggiungere che verso quella nazione è in atto la manifestazione di una forma di sfiducia degli investitori stranieri. che tendono a realizzare e tagliare i ponti con Berlino. Nel caso specifico del raffronto con Roma, il valore che ormai da anni è il termometro per verificare lo stato di salute delle finanze italiane è lo spread, la differenza di rendimento del debito pubblico italiano rispetto a quello tedesco. Esso da molti anni non scendeva al livello di poco superiori ai cento punti. C’è di più. A metà della settimana appena conclusa, il Financial Times ha dedicato la copertina al Bel Paese. Non solo, ha promosso il Governo per quanto ha fatto e sta facendo.

Tanto avvalora il concetto che i giudizi esterni, se non condizionati, possono ridimensionare le ansie e le angosce innescate da più parti politiche per i motivi più disparati. Tale comportamento non viene adottato certo con l’ intento di mettere la spalla sotto il carro della risalita dalla crisi. Quest’ ultima è ancora in atto e su tale affermazione non ci sono dubbi di alcun genere. C’è invece da averne nei confronti di chi afferma che il Paese continua a marciare verso il baratro. L’ implicita ripulsa di buona parte di quel comportamento è attuata non solo dal profilo che ne traccia la autorevole quanto specializzata testata londinese. Non può essere paragonato a un tentativo di stupire con effetti speciali il novero di notizie di cui vengono informati non solo gli italiani ma anche chi ha a cuore la salute dell’ Italia, dovunque si trovino. Di seguito le motivazioni di tali fatti.

Giovedì Claudio Descalzi, CEO dell’Eni, Ente Nazionale Idrocarburi, tra le altre notizie ha annunciato ufficialmente che la stessa, a breve, inizierà una serie di investimenti per un totale di 27 miliardi di euro. Saranno spesi soprattutto nei settori finalizzati alla sostituzione dei combustibili inquinanti. Gli stessi saranno rimpiazzati dalla produzione di energia Green e di tutto quanto ruota intorno a essa. Solo a titolo esemplificativo, la captazione dell’ anidride carbonica è uno dei problemi più impellenti. Altro aspetto importante di tale scelta è stato esposto da Descalzi per quanto riguarda l’ approvvigionamento finanziario occorrente per coprire il fabbisogno di quelle operazioni. Ha precisato così che 8 miliardi entreranno in cassa provenienti dalla dismissione di realtà aziendali non strategiche, mentre il rimanente sarà attinto dai mercati finanziari. Tale strategia aziendale riporta alla mente il modo di intendere la realtà aziendale del fondatore e primo presidente di quell’ Ente, Enrico Mattei. Uno dei punti di forza che connotavano la sua figura di Capo d’ Azienda era l’essere convinto che le stesse, pubbliche o private che fossero, avrebbero dovuto camminare sulle proprie gambe, cioè produrre utili. Per fare ciò, sarebbero dovute essere in grado di produrre ricchezza da reinvestire in parte e, quanto fosse restato, destinato subito dopo a remunerare l’azionariato. Non è quindi una novità quella annunciata dal CEO in carica. C’è dell’altro nel Paese che da segnali concreti di ripresa del suo apparato produttivo. Dall’interno del mondo bancario arriva la conferma che il risparmio degli italiani in generale continua a lievitare e che, attualmente, i depositi sono arrivati a livelli decisamente elevati. Lo squilibrio che esiste tra risparmi e investimenti è riconducibile alla decisa preferenza dei loro proprietari che, oltre a cogliere i frutti (buoni) del Debito Pubblico, non vanno. Può essere di aiuto riflettere sui risultati del collocamento delle ultime emissioni di titoli della serie Valore. Quindi quell’ immaginario deposito di Zio Paperone si riempie sempre più da anni, senza produrre rendite o quasi. Ciò che occorre, sia perdonata la ripetizione petulante, è che chi ha disponibilità si decida a investirne almeno una parte di essa nell’economia del Paese. Non dimenticando che, anche per il completamento del PNRR, occorrono fin d’ora cifre consistenti.

Come i manuali di economia riportano, il primo aspetto che condiziona qualunque tipo di investimento è il livello di probabilità di ritorno nella disponibilità del proprietario di quelle somme.  Nonostante quanto gli istituti di ricerca stiano da tempo ripetendo, asserendo che la fiducia degli italiani nei confronti del sistema Paese da qualche tempo stia crescendo, lo stesso non è ancora arrivato a un livello tale perché i risparmiatori rafforzino il loro interesse verso forme di investimento diverse. Prima accadrà, meglio sarà. “Animo, Cipputi ! “, farebbe dire Altan al suo collega Figazzi e questi, di rimando: “si, ma con prudenza, altrimenti andiamo a sbattere”. Lo scambio di vedute appena riportato dovrebbe essere sufficiente a illustrare lo stato dell’ arte. Quindi “a ciascuno il suo”, come avrebbe commentato Leonardo Sciascia.