Il parco buoi e la reponsabilità delle autorità di vigilanza

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Il parco buoi della Banca Etruria – e probabilmente, per sillogismo, di Carichieti, Banca Marche e Cariferrara – furono uccellati non tanto dal desiderio, mosso da umana avidità, di rimpinguare i magri risparmi di una vita mediante l’acquisto di rischiosissime obbligazioni subordinate, quanto da disinvolti e incapaci banchieri, che forzarono la vendita di questi titoli agli ingenui risparmiatori nel tentativo di arginare la disastrosa gestione di quegli istituti.

Nelle mani dei pm che indagano sul crac, infatti, ora ci sono – riferiscono i giornali – le mail della direzione generale che ordinò appunto di vendere questi prodotti finanziari senza andare troppo per il sottile. Dunque, la responsabilità dei componenti dell’ultimo Cda – tra i quali spicca il nome del vice presidente Pierluigi Boschi, padre del ministro per le Riforme, Maria Elena – si aggraverebbe non poco. E, tuttavia, non è questo il punto. La giustizia, infatti, seguirà il suo corso.

La questione, invece, a dispetto del dettato costituzionale è: come le leggi italiane tutelano il risparmio? Ricordate i tango bond argentini? Costarono all’Italia un punto di Pil di risparmio. Ma era il secolo scorso, si dirà. E, in epoca più recente (2003): il crac Parmalat, che fece più danni dei tango bond? Il copione, grosso modo, è sempre lo stesso. Insomma, il vizio delle banche di rifilare ai piccoli risparmiatori prodotti finanziari il cui rischio dovrebbe ricadere solo sugli investitori istituzionali, torna a galla periodicamente.

Ma c’è anche un altro aspetto, in queste vicende, che indispone e forse anche di più noi comuni mortali. È la convinta auto-assoluzione che le autorità cosiddette di vigilanza puntualmente si danno in questi frangenti. Sentite, per esempio, che cosa ha detto, a proposito delle recenti vicende, il presidente della Consob, Giuseppe Vagas, nella relazione annuale al mercato: “I prospetti sono stati redatti nel rispetto delle regole di trasparenza previste dalle norme sul prospetto informativo” e “hanno dato massima evidenza a tutti i fattori di rischio connessi alla complessità degli strumenti e alla situazione in cui versavano le banche”, specificando anche il rischio di “perdere l’intero capitale investito”.

E ci vuole, evidentemente, del coraggio a raccontarla in questi termini alle 30 mila famiglie italiane che si sono viste, dalla sera al mattino, espropriare tutti risparmi in forza di un piano di salvataggio del governo; o anche ai 118 mila azionisti che hanno visto azzerato il valore delle loro quote nella Pop Vicenza, il cui valore è passato da 62,50 euro a 10 centesimi, nell’ultimo crac assistito della banca. O, infine, a tutti i risparmiatori che – secondo i calcoli del Centro studi di Impresa Lavoro – hanno pagato il salatissimo conto di 209 miliardi di euro.

Ma la colpa non è mai delle banche; né della Consob, ovviamente; men che meno della Banca d’Italia.

In breve: non è mai dei potenti. I quali – per saltare di palo in frasca, ma sempre in tema di generale distrazione delle autorità di vigilanza – non disdegnano di far migrare le proprie risorse verso i cosiddetti paradisi fiscali. Luoghi che – hanno scritto in una lettera aperta più di 300 economisti di tutto il mondo, tra i quali Thomas Piketty, autore del best-seller “Il capitale nel 21esimo secolo” – non hanno alcuna giustificazione di esistere, ma che costituiscono un elemento di indebolimento sia delle economie avanzate che di quelle in via di sviluppo e, perciò, vanno chiusi.

La debolezza del sistema bancario italiano è direttamente correlata, ovviamente, alla crisi che da troppo tempo frena la crescita. E che ancora recentemente si manifesta con il rallentamento della produzione industriale, che a marzo scorso segna una variazione nulla, dice l’Istat. E senza contare che ancora negli ultimi 12 mesi – secondo una ricerca di Rete Imprese Italia – hanno chiuso oltre 390 imprese al giorno. Né conforta sapere che, se la crisi non si fosse mai verificata, il Pil oggi risulterebbe superiore del 15%, ovvero di 230 miliardi di euro, rispetto ai livelli attuali. Né che a trainare l’occupazione sono state finora le micro-imprese, quelle con meno di 10 addetti. Sforzo encomiabile, ma insufficiente.

Morale: senza industria il Paese non se ne viene fuori. E in questo senso magari – hai visto mai – qualcuno avrà messo un post-it sulla scrivania del nuovo ministro dello sviluppo Carlo Calenda, che cede la precedente nomina e il rango di ambasciatore a Bruxelles alla feluca di carriera Maurizio Massari, generando – questa volta all’incontrario – altre polemiche.

Intanto, tra mille contraddizioni, a tenere banco è sempre il tema delle pensioni. Argomento che diventa anche più scottante alla luce dell’approvazione della legge sulle unioni civili e, dunque, dell’estensione del diritto della pensione di reversibilità al componente superstite (che, a proposito, se non è moglie né marito, come lo si chiamerà?). Il relativo capitolo di spesa dell’Inps, però, non ne risentirà molto, ha fatto saper il presidente Tito Boeri. Vacci a capire.

Ma intanto, per andarci anticipatamente, in pensione – se ne discute, ovviamente – il rischio è quello di perdere una mensilità all’anno, da restituire sotto forma di prestito alle banche. E il cerchio si chiude.