Il profumo indelebile dell’economia

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in foto Annamaria Spina

 

di Annamaria Spina
Ci sono profumi che non si dimenticano, anche se non hanno nome, restano nell’aria, come una firma invisibile del mondo. Forse anche l’economia ha un profumo, quello delle cose che non si vedono ma che lasciano traccia, come un ricordo sulla pelle.
Il profumo non ha forma ma ha valore, è una delle rare merci che esistono solo nell’aria, eppure generano interi imperi economici. Nessuno può possederlo veramente, si può solo percepire il passaggio, come una promessa che svanisce nel momento stesso in cui si rivela e tuttavia, la sua economia è solida, sofisticata, millenaria.
Dietro ogni goccia di profumo esiste un sistema complesso: agricoltura, chimica, design, marketing, arte. Vi è la raccolta dei fiori in regioni remote, la distillazione delle essenze, la creazione delle formule da parte dei nez, i nasi, maestri che compongono accordi olfattivi come fossero sinfonie. Ogni fragranza rappresenta un’economia in miniatura, una catena del valore che parte dalla terra e finisce sulla pelle. Un’economia del desiderio, costruita sul più effimero dei beni.
Come il profumo, anche l’economia vive di alchimie invisibili: non si vede ma si sente. È fatta di relazioni, memorie, percezioni che diventano valore. Il mondo dei profumi è, in fondo, un modello dell’economia contemporanea: produce valore da ciò che non si vede, trasforma emozioni in ricchezza, genera desiderio dalla mancanza.
Il profumo è il lusso più sottile, perché non serve a nulla e proprio per questo è necessario; è un bene immateriale che risponde a un bisogno antichissimo… lasciare traccia, essere riconosciuti, essere ricordati, comunicare senza parlare. In un mondo che misura tutto in termini di visibilità, il profumo rappresenta l’opposto, un potere discreto, impalpabile ma profondamente identitario, un potere che avvolge. Da un punto di vista economico, il profumo è un paradosso affascinante, un prodotto che scompare mentre viene usato, e che proprio nella sua scomparsa trova valore. Può essere definito come “l’unico bene di consumo che muore nel momento stesso del suo consumo”, ma è proprio questa evanescenza a generare desiderio e fedeltà… si ricompra ciò che non resta, si rincorre ciò che svanisce.
Il profumo è dunque un’economia della mancanza, la materializzazione del vuoto, trasformata in esperienza sensoriale e capitale simbolico. Nella sua essenza più profonda, il profumo insegna una verità che l’economia contemporanea tende a dimenticare cioè che il valore non è solo nel possesso ma nella percezione, che la ricchezza non è ciò che dura ma ciò che tocca, anche solo per un istante, la nostra memoria.
Ogni fragranza porta in sé un’economia della memoria… un odore d’infanzia, un luogo, un volto; quasi una moneta affettiva, un investimento intangibile nel tempo. In questo modo, il profumo diviene linguaggio economico, crea forte appartenenza, distingue, racconta identità e “chi si profuma, si firma”. Si tratta di un’economia basata sull’essenza, sulla sensazione, sull’esperienza tattile, e su una intensità indelebile che, come il profumo, non si vede ma si “sente”.
Penso allora al grande Marcel Proust, lo scrittore francese che più di ogni altro seppe trasformare la memoria sensoriale in letteratura e in verità umana. Nel suo monumentale “A la recherche du temps perdu”, scrisse una frase semplice ma disarmante: “So we don’t believe that life is beautiful… but if by change we come across an old glove we burst into tears” (Così non crediamo che la vita sia bella… ma se per caso ci imbattiamo in un vecchio guanto, scoppiamo in lacrime).  In questa immagine si racchiude l’essenza stessa del profumo… l’odore che ci porta indietro nel tempo, che risveglia ricordi dormienti, che restituisce vita a ciò che credevamo perduto. Il profumo è memoria in forma di molecola, materia del passato che si ripresenta discreta ma potente nel presente e, come nella vita, anche nell’economia esso ci ricorda che il valore non sempre è visibile, ma è ciò che rimane quando tutto il resto è dissolto.
Nel suo estremo, l’economia del profumo diventa l’economia del lusso, dove l’essenza si riveste di oro e diamanti, e ciò che nasce nell’aria si trasforma in status e potere.
Il mondo della profumeria di lusso rappresenta una delle filiere più sofisticate e delicate del pianeta, fatta di raccolte manuali, distillazioni lente e saperi antichi. Alcune fragranze, per rarità degli ingredienti o esclusività della produzione, hanno raggiunto cifre straordinarie, milioni di dollari per poche gocce. Tra i più rari e costosi al mondo, troviamo Shumukh (The Spirit of Dubai), oltre 1,2 milioni di dollari a flacone, racchiude essenze di oud, rosa turca, sandalo e ambra e una bottiglia tempestata di diamanti e perle, DKNY Golden Delicious Million Dollar Fragrance Bottle, realizzata con oro 14 carati e 2.900 pietre preziose, ne esiste un solo esemplare, Clive Christian No. 1Imperial Majesty, circa 215.000 dollari a flacone, custodito in cristallo Baccarat e ornato da diamanti, Baccarat Les Larmes Sacrées de Thèbes, piramide di cristallo con incenso, mirra e ambra grigia, costa oltre 6.000 dollari per 30 ml.
Questi profumi di prestigio rappresentano l’apice dell’economia del lusso, la materializzazione dell’immateriale; paghiamo non solo la sostanza ma l’esperienza, la promessa di unicità, il gesto stesso del possedere l’ineffabile. Tutto ciò, rappresenta un’economia del desiderio puro, un’economia olfattiva, dove la scarsità genera valore e la memoria genera mercato.
Eppure, accanto a questi capolavori d’arte e marketing, esiste un’altra dimensione opposta… quella dei profumi naturali, gratuiti ma infinitamente più preziosi, perché spesso irriproducibili.
La rugiada del mattino, ad esempio, che profuma d’acqua e terra, è il primo respiro dell’economia naturale, nessun laboratorio potrà mai catturare quell’istante di freschezza che annuncia il ciclo vitale. La pioggia sulla terra secca, il cosiddetto petrichor, è il profumo del sollievo, la sensazione della fertilità che ritorna, è l’economia della rigenerazione, del tempo che dà e riprende. Il fiore d’arancio, la zagara, che inebria i giardini siciliani, è l’odore dell’abbondanza e della promessa… è l’economia agricola nella sua forma più poetica. Il gelsomino di notte, raro e avvolgente, è la metafora perfetta della produttività… lavora quando tutto dorme, come l’economia silenziosa che sostiene la società. Il sandalo, profondo e spirituale, è il profumo della durata… un’economia che non passa e continua a dare valore nel tempo. Il Mare, infine, impossibile da imitare, è l’odore del movimento, del commercio, dell’apertura, rappresenta un’economia “liquida” che unisce i mondi.
I profumi più puri e inebrianti della natura sono quelli che non si possono vendere, perché non hanno proprietà, appartengono all’aria, alla memoria e alla vita stessa ed è proprio da essi che l’economia dovrebbe imparare, dal valore che non si calcola, dalla bellezza che non si compra e dalla persistenza delle cose essenziali. Sono la memoria del mondo, della vita e dell’economia; ogni essenza racconta un valore… la pioggia narra la rinascita, il legno la fiducia, il pane caldo la giustizia, il mare la libertà. Sono emozioni pure, rappresentano la sostanza primordiale dei nostri ricordi economici ed umani, sono ciò che resta quando ogni cosa finisce, quando le parole tacciono e il tempo dissolve la materia.
Ma allora, quale sarebbe il profumo indelebile dell’economia?
Forse… il profumo del latte caldo.
Il latte caldo, profuma di nascita e di promessa, di protezione, fiducia, amore e cura… è l’odore inebriante dell’origine, della prima forma di scambio che l’essere umano abbia mai conosciuto, un nutrimento dato senza alcun calcolo, un gesto di pura sopravvivenza e dedizione. È un profumo antico e tenero, che sa di casa, di mattine che ricominciano, di mani che scaldano e sostengono.
Il latte caldo è la metafora della prima economia, l’economia umana, della cura, della reciprocità, della continuità tra generazioni… ha il profumo dell’infanzia del mondo ma anche della sua eternità. In quel profumo vi è qualcosa quasi di “sacro”, che appartiene alla memoria collettiva, alla tenerezza dell’universo, al suo bisogno di essere sostenuto. L’economia, come il latte caldo, dovrebbe saper nutrire e quando finalmente lo farà davvero… profumerà di vita.