Il Provolone del Monaco? Merito dell’Afghanistan

751
Il busto di Paolo Avitabile a Campora e un'immagine della Guerra Anglo-Afghana (da Wikipedia)

di Francesco Bellofatto

Con Stefano Malatesta, morto a Roma venerdì 14 agosto, scompare non solo un giornalista di razza, che per Panorama e La Repubblica ha raccontato da inviato le tensioni dai fronti più caldi del mondo, dal Cile di Pinochet alla guerra tra Iran e Iraq, ma anche uno storico sensibile e attento che con i suoi libri ha saputo riannodare, attraverso i secoli, quei fili sottili, quasi impercettibili, che legano avvenimenti e personaggi all’apparenza distanti e lontani.

Viaggiatore instancabile, vincitore dei premi Barzini, Chatwin e Kapuscinski, ha focalizzato la sua ricerca, attenta a cogliere aneddoti e sfumature di personaggi, sulla Via della Seta, millenario nervo scoperto delle relazioni tra l’Europa e l’Oriente.

Nascono così per una casa editrice di pregio, Neri Pozza (la cui storia meriterebbe di per sé un libro a parte) una serie di volumi quali  “Il cammello battriano”, sulle antiche vie carovaniere, “Il grande mare di sabbia”, “Quel treno per Baghdad” e “Il napoletano che domò gli afghani”.

Quest’ultimo, dedicato all’agerolese Paolo Avitabile, militare, figura emblematica della scena politica internazionale del XIX secolo, ma anche uomo dal grande intuito economico, ci offre lo spunto per andare alle origini dei due elementi che, indissolubilmente legati fra loro, oggi fanno la fortuna di Agerola nel mondo: la mucca agerolese e il Provolone del Monaco.

La storia parte da lontano, nell’Afghanistan ottocentesco dove, in modo non molto diverso da oggi, si contrappongono strategie internazionali e tensioni dei ribelli Pashtun. Il personaggio centrale di questa storia è proprio Paolo Crescenzo Martino Avitabile, che dopo aver servito come militare Gioacchino Murat e il Regno delle Due Sicilie, divenne generale delle truppe di Peshawar e governatore con il nome di Abu Tabela.

Ma la storia di Avitabile vale la pena di essere raccontata, come ha fatto Malatesta nel suo libro, per arrivare a capire cosa lega l’Afghanistan al Provolone del Monaco: sottufficiale di artiglieria sotto le insegne del re di Napoli Gioacchino Murat, dopo la sconfitta di Waterloo e la dissoluzione dell’impero napoleonico, il giovane si arruolò nell’esercito del nuovo Regno delle Due Sicilie e prese parte all’assedio di Gaeta. Dove, nonostante il ferimento, mostrò grande coraggio. Per questa azione militare fu proposto per la promozione e una decorazione, ma la richiesta del comandante austriaco, che guidava le operazioni, rimase inascoltata e Avitabile fu trasferito, come tenente, in un reparto di fanteria leggere. Da questa delusione nasce la sua scelta di lasciare l’Europa e di scegliere la strada dell’oriente, come “soldato di ventura”.

Dopo aver trascorso un primo periodo in Persia, divenne generale dell’esercito del Maharaja di Lahore Ranjit Singh, insieme a Jean Baptiste Ventura (omen nomen), poi governatore di Peshàwar, ancor oggi nevralgica città di confine tra Pakistan e Afghanistan. Qui, per nove anni, impose una disciplina ferrea con metodi feroci: le cronache parlano di ladri e briganti sbrigativamente squartati, gettati dall’alto dei minareti, impalati o impiccati. Ma con pungo di ferro e pragmatismo riuscì a sedare rivolte e crimini, riportando gran parte dell’Afghanistan sotto il suo controllo. Non a caso ancora oggi Abu Tabela, il soprannome di Avitabile in Oriente, viene evocato dalle madri del luogo per spaventare i discoli… Insomma, l’omologo orientale dell’Uomo Nero italiano.

Avitabile fu ricompensato con le più alte decorazioni persiane, come quella di Gran Commendatore dell’ordine Leone e del Sole, e di Due Leoni e della Corona. Ma anche gli inglesi, decisi – anche allora – ad arginare l’avanzata della Russia nel quadrante orientale, dopo aver subito una pesante sconfitta in Afghanistan si affidarono all’esperienza ed ai mezzi di Avitabile, che risultò determinante per l’affermazione dell’Impero britannico.

Questo valse al generale una discreta fortuna presso la Banca d’Inghilterra; gli inglesi, inoltre, gli donarono alcune vacche di razza Jersey, bovini che all’epoca non potevano essere esportati al di fuori del Regno Unito. E fu proprio grazie alla sua intraprendenza ed a questi animali che Avitabile diede origine alla razza “Agerolese”, animale dal latte eccellente, che oggi rappresenta la fortuna dei caseifici dei Monti Lattari.

La mucca Agerolese, infatti, identifica un territorio vocato all’allevamento di razze da latte e alla produzione di formaggi di pregio, come il Provolone del Monaco. Ad Agerola, gli incroci tra razze diverse diedero vita ad animali che, per l’isolamento dovuto alla morfologia del territorio, hanno fissato meglio che altrove caratteristiche genetiche. L’introduzione delle Jersey e il successivo mutamento genetico che ha portato all’attuale Agerolese, si devono proprio al Generale Avitabile, che incrociando i bovini borbonici derivati dalla Bruna e dalla Podolica con la Jersey, ottenne una razza in grado di adattarsi perfettamente alle caratteristiche della zona. Dal 1952, il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste ha riconosciuto la tipicità dell’Agerolese, razza definita dalla FAO “in pericolo”, da salvaguardare e tutelare, quale patrimonio genetico unico e irripetibile.

Il latte prodotto è destinato alla trasformazione casearia, in particolare alla produzione del Provolone del Monaco Dop, il cui disciplinare prevede che almeno il 20 % del latte utilizzato per la lavorazione provenga  dalla razza Agerolese, ovvero da bovini tipo genetico autoctono (TGA), iscritti al registro anagrafico e allevati esclusivamente nei comuni elencati all’art. 3 del disciplinare.

Ma il segno lasciato da Avitabile nel suo paese natio è più profondo: al suo ritorno in patria ottenne la scissione di Agerola come Comune autonomo da Amalfi, e quindi dal Principato Citra (che corrisponde all’attuale provincia di Salerno), con l’annessione a quella di Napoli.

Morì a 59 anni, intossicato dalle esalazioni di un braciere. Forse un delitto mascherato da incidente, architettato dalla giovane moglie.