Il raccolto dei cereali calerà, secondo gli esperti, del 15%. Ma la guerra stavolta non c’entra

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È di ieri infatti la notizia comunicata dalla associazione dei Coltivatori Diretti, che il raccolto dei cereali in corso nel Paese lascia già da ora prevedere una diminuzione del 15% rispetto a quello dello scorso anno. In questo caso le cause che hanno provocato tale forte riduzione sono solo naturali, legate principalmente all’andamento climatico.
Nonostante tutti gli sforzi che l’ Europa sta compiendo, come del resto anche gli altri paesi, soprattutto quelli occidentali, per ridefinire le fonti e le modalità di approvvigionamento di combustibili fossili, il gas primo di tutti, le preoccupazioni delle popolazioni restano forti. Sembra che il diavolo abbia messo la coda tra le gambe di coloro che si stanno dedicando al tentativo, finora non proprio soddisfacente, di risoluzione del problema. Di conseguenza lo stesso, da molto difficile che è già di suo, con tale handicap è prossimo a diventare arduo del tutto.
Il diavolo di cui innanzi, dalla demonologia ufficiale è definito Putin e nella scala gerarchica del potere, all’inferno e non solo, è pari grado di Satana, Lucifero e Belzebù. Quindi, mentre i leaders mondiali sono impegnati in tournée estenuanti all’estero nel tentativo di ridimensionare il problema del reperimento degli idrocarburi, il Premier Draghi in avanscoperta, il mondo apprende che uno dei gasdotti che permettono il trasferimento di quel prodotto dalla Russia all’ Europa, da subito e non è dato sapere fino a quando, funzionerà al 60% della sua normale portata. Quale il motivo? Sarebbero necessari interventi di manutenzione straordinaria, impossibili da fare a causa delle sanzioni. Richiesto il Cremlino di come quelle misure dell’occidente possano condizionare il buon funzionamento della gasline, la risposta è stata tanto vaga quanto non convincente. Intanto il costo dei carburanti al distributore continua a salire, in barba a ogni tentativo di contenerlo. L’ ipotesi di una qualsiasi manovra economica, anche se contenuta e di breve periodo formulata ieri, oggi andrebbe rivista perchè non più adeguata. Non è inconveniente di poco conto perchè, già a bocce ferme, far quadrare i le partite ricorda con buona somiglianza il tentativo bizzarro di certi agricoltori. Essi vorrebbero che anche i galli facessero le uova, come non si sa. Chi non si occupa professionalmente di come si articoli la distribuzione degli idrocarburi su tutto il pianeta, fino a qualche mese fa si era limitato a fare il pieno al distributore e a non chiedersi cosa ci fosse dietro quella operazione di routine. Ebbene, meno avvertito solo per il carbone, per i combustibili fossili esistono problemi di trasporto e stoccaggio di portata rilevante già in tempi di pace. Adatti alla bisogna sono innanzitutto i gasdotti, terrestri e sottomarini, che richiedono investimenti notevoli, sia per essere realizzati che gestiti. Subito dopo, per ordine di importanza, vengono le petroliere, quindi il trasporto su gomma e su rotaia. Non sono prodotti deperibili, solo particolarmente infiammabili, pertanto non hanno specifici problemi per essere conservati nel tempo. Il punto debole di tale reticolo di condotte così ben organizzato, completato dall’impiego dei mezzi di superficie, è che coinvolge completamente tutte le parti in campo.Di conseguenza un solo collo di bottiglia, quando non un tappo, possono compromettere il normale funzionamento di buona parte della rete di distribuzione. La notizia di apertura concernente la riduzione della portata di una sola di quelle pipeline fa capire quanto delicato sia questo argomento. I tempi che occorreranno per dipanare tale matassa non saranno brevi, per cui l’ Europa e in particolare l’Italia, resteranno ancora un bel pò tra color che son sospesi. Senza trascurare l’aspetto economico, essendo ogni investimento volto a risolvere problemi del genere destinato a un utilizzo ben circoscritto nel tempo. Ciò in quanto sono rimasti fermi gli impegni di molti paesi a passare in tempi brevi alla produzione di energia da fonti rinnovabili. L’altra situazione insostenibile, quella dei cereali che non riescono a prendere la via di uscita dai territori occupati verso i mercati mondiali, necessita di tempi anche essi lunghi per la normalizzazione anche se minima. Scendendo nei particolari, tale problematica può essere divisa in due grandi tranche. La prima, che richiede soluzione rapida, è quella dello smaltimento ad horas delle scorte di magazzino alla fonte, cioè in Ucraina, pena la loro avaria. La seconda presenta diverse analogie con quello dei combustibili.
È la dipendenza del mondo intero da quella produzione in seconda battuta, essendo la prima costituita dal granaio Russia. Quindi, avendo credibilmente l’Italia una buona carta da giocare al riguardo con la ripresa della coltivazione di circa quattro milioni di ettari, c’è un altro avversario che gioca contro il ritorno a una forma, seppur minima, di normale funzionamento del mercato. È Il tempo, perché un fondo lasciato incolto per molto tempo, necessità all’incirca di un biennio per ritornare produttivo. Gli agricoltori, protagonisti assoluti della vicenda, sono usi affermare che i guai non vengono mai da soli. È di ieri infatti la notizia comunicata dalla associazione dei Coltivatori Diretti, che il raccolto dei cereali in corso nel Paese lascia già da ora prevedere una diminuzione del 15% rispetto a quello dello scorso anno. In questo caso le cause che hanno provocato tale forte riduzione sono solo naturali, legate principalmente all’andamento climatico. Di fronte all’operato di madre natura, l’umanità può fare ben poco.Esistono istituzioni non proprio liberali nell’ordinamento giuridico italiano che potrebbero far pensare che in buon parte la scarsità di prodotto possa essere compensata da una collocazione della stessa controllata dalla mano pubblica, seppure operata da privati. Il riferimento va all’ ammasso, regolamentato dal codice civile. Nella sua prima impostazione era previsto solo di tipo volontario e si concretava nel conferimento spontaneo di una parte del raccolto, non necessariamente di soli cereali, ai Consorzi Agrari che operavano su disposizioni dei prefetti. Durante il periodo fascista esso divenne obbligatorio, dovendosi recuperare “il grano per la patria”. Il suo uso è da tempo finito nel dimenticatoio. Chissà se, rivisitato e adeguato alle necessità attuali, non potrebbe essere in grado di giovare alla causa. Tentar non nuocerebbe, se solo si pensasse che difficilmente tale comparto potrebbe andare peggio di come sta facendo. Animo quindi, prendendo in considerazione solo il lato positivo depurato da impeti fuori luogo e tempo dell’espressione dell’ultimo periodo citato: “chi si ferma è perduto!,”