Il ravellese Andrea Cioffi, geniale creatore delle Olimpiadi del Dragone, si racconta

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di Emilia Filocamo
E’ un refrain ben noto, forse spesso anche abusato, che nei piccoli paesi, nei centri che contano pochi abitanti, ci si conosce tutti, che è quasi fisiologico, scontato, inevitabile arrivare ad una ” familiarità” che straripa dal proprio ambito ” genealogico” e raggiunge tutto, o quasi, il resto della popolazione. Si conoscono legami, parentele, storia e discendenza, fatti, debolezze, virtù. E’ il bello insomma del vivere in un paese, in un luogo in cui, uscendo di casa, o rientrando, non si riesce a tenere a mente quante volte si è detto “ciao” incrociando uno sguardo, consapevoli che quella stessa persona magari ieri ha festeggiato il compleanno e  che sua moglie è nuovamente incinta. Eppure, nonostante questa familiarità certo apprezzabile, alcuni dettagli, spesso restano piuttosto in sordina e diventano delle vere e proprie epifanie, ossia rivelazioni. Nel caso di Andrea Cioffi, giovane ravellese, lavoratore instancabile accanto al padre, entrambi giardinieri di talento e tradizione, si è verificato quanto appena scritto. Anche nel suo caso, conosco famiglia, legami, parentele, gioie, purtroppo dolori, però, talvolta, dietro questa sorta di patina scontata e da primo acchito o da conseguenza dell’essere compaesani, c’è molto di più. Andrea per me è stato una rivelazione, un  ravellese che ha ideato qualcosa di unico, un contest che ha coinvolto famiglie, generazioni diverse, concittadini, straripando anche oltre i confini ravellesi, una sorta di redivivo Giochi Senza Frontiere di carattere locale in cui a sfidarsi bonariamente sono bambini, madri, papà, intere frazioni, amici. Andrea mi racconta questa sua geniale invenzione come se fosse la cosa più semplice e normale del mondo e la profondità dei suoi pensieri, così come delle sue risposte, è strabiliante, e va oltre quella sua facciata scanzonata, simpatica, da mattacchione. Un creativo sui generis, semplice e spontaneo, umile ma anche appunto talentuoso che ha  regalato qualcosa al suo paese senza troppi proclami.
 Andrea, come nasce la tua idea di coinvolgere,  possiamo dirlo forte, un’intera popolazione in gare, sfide e contest?
Nasce dalla percezione dei vuoti. Quando vedo qualcosa che manca, non riesco a ignorarlo. Le idee non arrivano perché qualcuno me le chiede, ma come una necessità. A volte mi scatta un’intuizione all’improvviso e, se sento che serve, la seguo. Se può far bene alla comunità, allora diventa un progetto. Non lavoro a tavolino: mi muovo quando qualcosa mi chiama. Non è pianificazione, è ascolto.

 La Costiera Amalfitana è caratterizzata da una attività febbricitante durante il periodo estivo e poi da un letargo fisiologico durante l’inverno: questa tua iniziativa è una sorta di antidoto alla noia e anche all’isolamento da social che caratterizza oggi  molti giovani?
Sì, nasce da un cambiamento evidente. D’estate siamo travolti, d’inverno ci svuotiamo. Questo crea sconnessione, isolamento, tempi morti. I miei progetti provano a dare continuità: a non farci addormentare nei mesi vuoti, a rimettere in moto la testa e le persone quando tutto sembra fermo. Cerco di riunire ciò che la stagione divide e trasformarlo in momenti di crescita.
 I tuoi contest hanno sempre una matrice storica e fortemente radicata al territorio: sei un appassionato di storia locale da sempre?
Sì, perché le tradizioni non sono passato: sono radici. Le uso come punto di partenza, non come museo. Per me dicono molto del livello culturale di un luogo, di come una comunità si riconosce. Le Olimpiadi, i giochi, i simboli… non sono nostalgia, ma strumenti per far sentire le persone parte di qualcosa.
L’emozione più grande durante le Olimpiadi del Dragone?
All’Auditorium Oscar Niemeyer, durante la serata “Radici”, la chiusura delle Olimpiadi. Era un momento dedicato alle arti visive e a tutti i nostri predecessori che hanno reso grande questa terra. È lì che mi sono accorto che ciò che avevo immaginato stava accadendo davvero: persone riunite, attente, partecipi. È stato l’istante in cui idea e realtà si sono sovrapposte. Non ero io a muovere la gente: era l’idea.
E se devo riassumere quell’emozione, basta guardare la foto che ti allego: racconta meglio di me cosa ho provato in quel momento.

Quanto tempo impieghi per ideare un contest?
Non ho un tempo fisso. Alcune idee arrivano di colpo, altre hanno bisogno di girarmi dentro. Io funziono così: prima sento, poi capisco. A volte l’intuizione mi viene addosso come un’urgenza, altre volte matura da sola finché non trova il suo senso. Non forzo mai i tempi: li ascolto.

Prossimi progetti, obiettivi?
Quelli che mi stanno portando a uscire dai confini senza lasciare il paese. Sembra un paradosso, ma è così. Continuo a lavorare qui, ma quello che nasce qui può camminare anche fuori. Io seguo il senso.

Andrea la persona,  un rappresentante delle Istituzioni, un vip o un personaggio del passato,  che vorresti far partecipare ad uno dei tuoi contest?
Vorrei coinvolgere figure che possano dare peso culturale e formativo ai progetti. Persone capaci di parlare ai giovani e alla comunità con autorevolezza, voci che servono davvero. Figure che sappiano lasciare un segno, non una firma.
Si chiude così l’intervista ad Andrea Cioffi. So che oggi, domani, e ancora nei prossimi giorni, anche dopo la pubblicazione, ci incontreremo, saluteremo, in piazza e in mille altri angoli del paese, accanto ad un bar, oppure mentre faccio la spesa. E’ la bellezza del vivere in un paese, specialmente adesso,   ora che la frenesia estiva si è fermata in un punto e quel punto è la nostra piazza fatta solo di noi e  di poche presenze straniere, quasi sparute. Ripenso ad una risposta di Andrea: le tradizioni non sono passato, sono radici. Andrea con quelle radici ha fatto un piccolo miracolo e tutto quello che è spuntato, fiorito,  è un dono che sarà tradizione per chi verrà mentre  lui  starà già cercando nuovi semi ed altre radici da custodire.