In attesa di incontrare un gigante della musica come Salvatore Accardo, che il prossimo 16 maggio sarà a Napoli per ritirare il prestigioso Premio San Pietro a Majella, abbiamo raccolto la testimonianza di chi, con lui, ha diviso palchi e vita. A guidarci in questo viaggio è Ermanno Calzolari: diplomato con lode al “Cimarosa”, già Primo Contrabbasso del Teatro San Carlo per 23 anni e oggi docente proprio al San Pietro a Majella. Raffinato interprete e solista, Calzolari è da anni Primo Contrabbasso dell’Orchestra da Camera Italiana su invito dello stesso Accardo, con cui collabora in duo e in tournée mondiali, una carriera straordinaria che gli è valsa la medaglia della Presidenza della Repubblica.
“Con il Maestro Accardo ho condiviso anni di musica e vita artistica intensa», esordisce Calzolari. «Quando si attraversa tanto tempo insieme sul palco, il conto degli anni perde importanza: resta soprattutto la sensazione di un percorso umano e musicale continuo, costruito concerto dopo concerto”.
Ermanno, cosa si prova la prima volta che ci si siede a pochi centimetri da un mito come Accardo?
Ricordo una sensazione quasi difficile da spiegare: un’emozione vicina perfino alla “paura”. C’era il peso della sua storia. Ma appena iniziò a suonare, tutto si trasformò in ascolto puro. A pochi centimetri, il suo suono aveva qualcosa di fisico: vivo, mobile, imprevedibile. Mi colpì la naturalezza con cui faceva cantare ogni frase, senza mai cercare l’effetto. Era un suono autorevole e insieme umano, capace di riempire lo spazio senza mai forzarlo. In quel momento ho capito che la grandezza passa spesso attraverso una forma di assoluta semplicità.
C’è un segreto nell’uso dell’arco che solo voi musicisti, standogli accanto, riuscite a percepire?
Osservare da vicino il Maestro significa capire che il segreto non sta mai nella forza, ma nel peso naturale del suono. Da vicino ti accorgi di un controllo impressionante, quasi invisibile. Ogni cambio d’arco nasce con una naturalezza che sembra respirare insieme alla frase musicale. La cosa più sorprendente è l’economia del gesto: non c’è mai un movimento superfluo. Eppure da quell’arco esce una tavolozza di colori vastissima. È lì che si comprende la differenza tra il dominio dello strumento e l’arte di trasformarlo in voce.
In tanti anni di concerti e viaggi, come gestiva il Maestro l’imprevisto o la tensione del momento?
Con un’eleganza quasi disarmante. Anche nei momenti più delicati manteneva una calma assoluta, trasformando la tensione in musica. Più che l’imprevisto in sé, sorprendeva la naturalezza con cui lo assorbiva: senza teatralità, con un’autorevolezza e una lucidità quasi crepuscolare.
E fuori dal palco, lontano dai riflettori, chi è l’uomo Salvatore Accardo?
È un uomo dall’ironia sottile, mai esibita. Dopo concerti di enorme intensità riusciva a sciogliere ogni tensione con una battuta semplice. Ricordo una tournée, dopo una prova faticosa: eravamo tutti intimiditi dal lavoro appena fatto, e lui iniziò a raccontare un episodio divertente accaduto anni prima, ridendo per primo con un entusiasmo contagioso. In pochi minuti l’atmosfera cambiò. È lì che emergeva l’uomo oltre il mito: una persona capace di portare il peso della propria grandezza senza mai avere bisogno di ostentarla.
Napoli e l’appuntamento del 16 maggio
Questo straordinario incontro tra arte e umanità troverà la sua celebrazione il prossimo 16 maggio. Napoli si prepara a riabbracciare Salvatore Accardo nel tempio del Conservatorio di San Pietro a Majella per la consegna del premio alla carriera. Sarà l’occasione per vivere ancora una volta quel silenzio “carico di attenzione” descritto da Calzolari: il momento magico in cui la musica crea una verità condivisa tra chi suona e chi ascolta.





































