Il riscatto (n° 2) dell’automobile gialla. Nell’Ue è forte débâcle

Le due notizie viaggiano di conserva. Una è quella, oramai si tratta di un aggiornamento, che la crisi dell’azienda tedesca Volkswagen si allarga sempre più. La dirigenza sta valutando la vendita di un’azienda del gruppo non strategica. È una realtà storica del motociclismo, peraltro italiana, la Ducati. Non sarebbe motivata da una decisione di tipo aziendale, ma dalla necessità del gruppo di far cassa. Il marchio VW è presente in vari Paesi con unità locali in grado di realizzare interamente il prodotto finale. Intorno a esse ruotano numerose aziende dell’indotto, la cui produzione è destinata interamente alle stesse. La chiusura anche di uno solo di quegli impianti periferici determinerebbe una crisi occupazionale, seppure geograficamente contenuta, decisamente pesante. Nonostante sia fatta a spanne, una considerazione non può essere evitata, cioè il tentativo di coinvolgere eventi non prevedibili per tempo. È così che tutto l’automotive europeo ha perso una battuta nel passaggio dall’uso dei combustibili tradizionali a quelli ottenuti da fonti rinnovabili. Ne è seguito che, in tale situazione, hanno trovato spazio di mercato automobili, bus e altro equipaggiati con motori elettrici o con altri che comunque non inquinano, per la maggior parte provenienti da Est. Può risultare opportuno fare una genesi, seppur sintetica, dell’effetto di sostituzione che quei veicoli hanno conquistato ormai da tempo proprio lì dove il motore a combustione interna ha avuto la sua genesi e ha fatto la prima comparsa. In principio, intorno agli anni ’60, furono le automobili giapponesi quelle che, prime tra le orientali, sbarcarono in Europa. All’inizio furono collocate sul mercato a fatica, ma ben presto ne fu riconosciuta la validità. Molto più tardi, nell’ultima parte del secolo scorso, iniziò sottotono l’arrivo di auto cinesi e sudcoreane soprattutto. Nel tempo hanno saputo guadagnarsi la fiducia e quindi la preferenza degli automobilisti del Vecchio Continente e non solo. Attualmente lo stato dell’arte è che, solo in Cina, sono oltre 100 le marche di automobili con motorizzazioni alternative. Il mercato interno di quel Paese è in una fase di forte contrazione, pertanto le aziende indicate puntano soprattutto all’export verso il mondo. Lo fanno mettendo in atto promozioni di ogni genere che finiscono per far breccia nella mente dei potenziali clienti stranieri. Il quadro del settore auto, per un verso o per un altro, lascia poco spazio all’ipotesi di un repentino ritorno allo status quo ante. L’unica circostanza che può dare conforto è un dato di fatto inconfutabile: indietro non si torna, facendo parte ormai l’automobile di quei requisiti minimi di cui l’uomo non può fare a meno.

Attualmente è come se sull’intera vicenda si fosse insediata una folta nebbia che la rende poco decifrabile. Un atteggiamento augurabile per trovare una soluzione del problema è quello di adoperarsi perché la stessa si dissolva presto e completamente.

Il seguito presto.

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