Il Rousseau che non t’aspetti

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Se avesse letto la locandina del Colloque-Colloquio internazionale “La religione di Rousseau: modelli di religione, spiritualità, teologia” (promosso nei Se avesse letto la locandina del Colloque-Colloquio internazionale “La religione di Rousseau: modelli di religione, spiritualità, teologia” (promosso nei giorni scorsi tra Napoli e Salerno) l’autore de “La politica per le dame” (1767) ne sarebbe rimasto quantomeno scandalizzato. Egli era, all’epoca, del tutto convinto che la posizione del filosofo ginevrino fosse empia, soprattutto perché parlava di una religione dei beati come propria degli esseri umani nello stato di innocenza. Ancora nella secondametà degli anni Settanta del secolo scorso si poteva perciò parlare di Rousseau come “segno di contraddizione”, anche sulla scia del lapidario giudizio di Maritain, che ne aveva fatto un irresponsabile. Condannato dai reazionari, esaltato dai progressisti come principale ispiratore dei principi dell’89, del giacobinismo o del terrore, più di altri suoi contemporanei Rousseau stenta, tuttavia, a trovare una sistemazione storico-ideologica definitiva. In ambito filosofico cristiano, Maritain – tradotto dal futuro Paolo VI – lo collocava nel solco della rivoluzione riformata accanto a Lutero (che avrebbe sfasciato l’unità della Chiesa) e Cartesio (che avrebbe spostato l’asse della ricerca filosofica da Dio all’io). Maritain arriverà probabilmente nelle mani di De Gasperi, che ne osserverà, come ci ha dettoPiero Viotto, ancora le ambiguità di una falsa uguaglianza, che sfocerebbe nella dittatura dello Stato. Ma allora perché l’Istituto francese di Napoli, l’Università di Salerno, l’Università L’Orientale, si sono raccordati con gli studiosi della sezione sanTommaso della Facoltà di teologia di Napoli, per rivisitarne l’opera? Evidentemente perché, quasi a smentire ante-litteram certi esiti, nella terza delle sue passeggiate (che Rousseau comincia a scrivere dall’autunno del 1776), egli stesso ribadisce di essere stato educato in una famiglia calvinista in cui regnavano i buoni costumi e la pietà religiosa: “Avevo ricevuto sino dalla tenerissima infanzia certi principi, certe massime, altri direbbe pregiudizi, che nonmi hanno mai abbandonato del tutto”. Un sentimento religioso non soltanto civile, ma con precise intonazioni “confessionali”. Lo si vede bene nell’acuto senso del male che Rousseau, non senza qualche antecedente agostiniano, mostra di provare sia di fronte al terribile terremoto di Lisbona (dov’era Dio quella volta?), sia alle proprie frustrazioni emanie. L’incontro con la cattolica signora di Warens consente al giovane calvinista di superare l’imbarazzo e di accettare il viaggio, ormai da catecumeno cattolico, fino a Torino, dove entra appunto nell’ospizio dei catecumeni, per compiere il percorso verso la conversione con “quattro o cinque orribili banditi, miei compagni di educazione, che sembravano piuttosto arcieri del diavolo anziché futuri figli di Dio”. Se Francesco Colangelo (1769-1836) poteva parlare di un “orangutango delle Alpi”, i Kelsen, le Simon eWeil e gli altri che sono ritornati recentemente agli aspetti religiosi del ginevrino, ne hanno trovato non soltanto le linee di una possibile teologia politica, ma anche un modello di convivenza tra diverse religioni storiche che, a volte, usano Dio come motore di violenza e di sopraffazione. Ne potrebbe guadagnare il rapporto tra religione e spiritualità oggi, in una società postmoderna e globalizzata in cui il sacro stenta a tramontare, anche se sotto mentite spoglie.