Il talento non è sul mercato e il Napoli se lo crea in casa

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A cura di Cristian Fuschetto Per diventare Maradona, ovvero un extraterrestre, non esistono formule. Per tutti gli altri, da Messi a Cristiano Ronaldo, la scienza si sta attrezzando. “Stiamo lavorando su come A cura di Cristian Fuschetto Per diventare Maradona, ovvero un extraterrestre, non esistono formule. Per tutti gli altri, da Messi a Cristiano Ronaldo, la scienza si sta attrezzando. “Stiamo lavorando su come trovare il modo di allenare il genoma di un atleta per farlo diventare un campione”. Ha fatto sintesi tra due delle sue più grandi passioni, la scienza e il calcio, e così Antonio Giordano, ricercatore di fama internazionale in prima linea (tra l’altro) per la tutela ambientale di quel che rimane della Terra Felix, ha avviato un progetto che pare avverare il sogno di ogni tifoso e, più ancora, dei presidenti delle società: avere un test genetico per identificare i campioni. Nato dalla collaborazione tra la Temple University di Philadelphia, dove Giordano dirige lo Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine, e il settore medico del Calcio Napoli, il programma di ricerca mira a capire attraverso l’analisi dei profili genetici dei calciatori quali sono le caratteristiche genetiche degli atleti che hanno le maggiori ricadute sulla loro forma fisica in modo da scoprire predisposizioni a lesioni muscolari se non target ancora più complessi, come per esempio la correlazione tra biologia e particolari qualità in campo. “L’accordo con il Napoli non è solo dettato dal cuore ma anche da ragioni scientifiche” precisa Giordano. Guidato da Alfonso De Nicola, lo staff medico partenopeo ha raccolto negli ultimi anni dati che rappresentano un punto di partenza fondamentale da cui si potranno capire quali sono i geni maggiormente coinvolti nel successo sportivo di un atleta. Si potranno avere delle risposte, per esempio, sul perché un professionista è più veloce di un altro, o è meno incline agli infortuni, ha avuto una carriera più longeva rispetto ad un collega o magari perché in un club fa partite straordinarie e in un altro diventa un brocco. “L’ambiente – chiosa lo scienziato – è infatti essenziale per capire le performance di un atleta, e sebbene estremamente complessi anche i fattori ambientali sono misurabili”. A differenza di qualche tempo fa, quando il Dna sembrava essere la l’alfa e l’omega di qualsiasi soluzione medica, oggi la genetica va di pari passi all’epigenetica, ovvero allo studio dell’espressione dei geni a seconda dell’influenza dell’ambiente. “Siamo di fronte a una sfida molto stimolante, potremmo arrivare a sviluppare un chip biologico che permetterà di monitorare i cambiamenti genetici a cui va incontro l’atleta”. Si potrà seguire un calciatore per tutta la carriera e raccogliere dati sul suo stile di vita, i condizionamenti ambientali e le risposte del Dna. “Parliamo di uno screening non invasivo per gli sportivi – sottolinea – ma che potrebbe essere anche importante nella prevenzioni di malattie spesso associate al calcio come la Sla”. Quello sui campioni è inoltre solo la punta di diamante di un progetto che potrà essere esteso a tutta la popolazione. Se si arriverà a sviluppare questo chip i suoi utilizzi andranno ben aldilà dello sport (oltre al calcio, si pensa di profilare i test anche per la boxe e l’atletica). “Il chip servirà a prevenire molte malattie basandosi sullo stile di vita di ognuno, un altro passo verso la medicina personalizzata”.