Il valore della senilità. La cultura contro l’ageismo

di Fiorella Franchini

La Costituzione italiana non prevede una tutela specifica dei diritti delle persone anziane, ma, con l’invecchiamento della popolazione avvenuto negli ultimi decenni, le istituzioni dell’Unione Europea hanno ritenuto necessario introdurre un articolo specifico per affrontare questa nuova realtà sociale. L’art.25 della Carta dei diritti fondamentali, siglata nel 2000, specifica che “L’Unione riconosce e rispetta il diritto delle persone anziane di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale”.  È dunque demandato agli Stati adeguare la Carta Costituzionale e, soprattutto, promuovere un dibattito sociale e politico ad ampio raggio che tenga conto non solo delle misure assistenziali ma anche dei bisogni sociali della popolazione anziana.

Le ultime statistiche rilevano che l’Italia ha oltre 14 milioni di over 65, dunque, l’invecchiamento della popolazione non può più essere considerato come un’emergenza, ma come una trasformazione strutturale che coinvolge welfare, sanità e collettività nel loro insieme. Il diritto all’autonomia e all’autodeterminazione decisionale, alla salute, alla prevenzione e a cure dignitose, il diritto alla partecipazione culturale e sociale si scontrano di fatto con l’esclusione dai servizi essenziali digitalizzati, con il pregiudizio sull’inabilità tecnologica e con la perdita di considerazione sociale.

Per combattere l’ageismo sono nate numerose iniziative europee e internazionali come il Piano d’Azione UE contro l’Ageismo (AGE Platform Europe), la giornata di sensibilizzazione del 1° ottobre, che mirano a combattere ignoranza e stereotipi, evidenziando la necessità di investire in prevenzione e nuovi stili di vita. In Italia si organizza il Milan Longevity Summit, un appuntamento internazionale focalizzato sulle scienze della longevità, sull’invecchiamento, ed è in corso un progetto PNRR Age-It (Ageing Well in an Ageing Society) per una grande ricerca sul tema. 

La realtà rende necessario predisporre, in tempi brevi, un ripensamento radicale delle politiche del lavoro e dei modelli organizzativi e la diffusione di politiche d’invecchiamento attivo. Il vero problema è la persistenza di una mentalità ottusa che relega “la vecchiaia a una fase di scarto, quasi un naufragio”, mentre occorre ripensare all’anziano non come destinatario passivo di assistenza ma come risorsa attiva della comunità sia in termini economici, sia nell’ambito di nuovi modelli di vita sociale. “I giovani conoscono le regole, ma i vecchi conoscono le eccezioni”; se Sofocle esaltava il valore dell’esperienza e della saggezza, Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente Emerito della Pontificia Accademia per la Vita, ha più volte evidenziato come gli anziani non siano un peso, ma una risorsa per la società.

L’invecchiamento non è solo una voce di spesa pubblica, ma sta producendo anche una trasformazione della domanda e dei mercati; gli anziani sono infatti consumatori attivi, hanno buone disponibilità economiche e investono in salute, che non significa solo accesso alle cure o assistenza, in alimentazione, casa, sport, viaggi, internet, finanza, cultura, a cui si aggiunge la “finanza della longevità” costituita da piani di previdenza integrativa, polizze assicurative sanitarie. L’Eurispes conferma una silver economy in ascesa; circa 200 miliardi di euro ruotano intorno al cosiddetto “mercato della vecchiaia”. Inoltre, al potere economico, gli over 65 uniscono una produzione di servizi di utilità sociale. Infatti, sono generatori di un welfare insostituibile poiché spesso aiutano la famiglia occupandosi dei nipoti e degli anziani. 

Nonostante gli evidenti dati statistici, la società italiana tende a rendere invisibili i senior. L’ageismo, ovvero la discriminazione legata all’età, è presente nella vita di tutti i giorni e compromette seriamente l’esistenza di una grossa fetta di cittadini. Per combatterlo entra in gioco il valore attivo della cultura intesa non come semplice riempimento del tempo libero, ma come restituzione alle persone anziane del ruolo di soggetti pensanti, critici e creativi. La cultura è un presidio di salute cognitiva, uno scudo contro la solitudine e, soprattutto, un cantiere in cui le generazioni possono incontrarsi. Realtà territoriali come le Università della Terza Età e associazioni quali l’Humaniter di Napoli dimostrano ogni giorno che la conoscenza non ha data di scadenza e che la vecchiaia non è un tramonto ma può essere un valore aggiunto. In questi contesti gli anziani studiano, leggono, apprendono lingue, praticano attività fisica e creativa; al tempo stesso, molti di loro sono anche produttori di cultura in quanto insegnano come volontari, scrivono e fanno teatro sociale. L’Humaniter è la sede napoletana della Società Umanitaria, storica istituzione di Milano istituita nel 1893 grazie al lascito testamentario di Prospero Moisè Loria, che all’aggettivo “umanitaria” non dava il senso di semplice beneficenza, ma di “assistenza mediante lo studio, l’istruzione, il lavoro”. Marina Melogli è dal 2007 la direttrice e responsabile della sede di Napoli che promuove un’intensa attività sociale e culturale contro l’isolamento di giovani e anziani:

Quali pregiudizi sull’età crollano non appena i soci entrano nei vostri corsi
Pregiudizi? Crollano subito: ad ogni età si può apprendere, creare passioni e crescere personalmente.

In che modo la comunità di Humaniter risponde alla solitudine e al rischio di isolamento sociale?
Rispondiamo con una vera agorà culturale e di volontariato attivo che non si arrende e propone, coopera, progetta.

Come la terza età produce cultura invece di subirla?
I soci non subiscono, ma propongono idee, viaggi e nuovi progetti.

Come affrontate l’alfabetizzazione digitale nei vostri laboratori?
Dai corsi di pc fino all’IA, formiamo per evitare l’esclusione sociale e dai servizi.  

Se potesse rivolgere un appello alle istituzioni locali e nazionali, quale sarebbe la prima priorità su cui chiedere un intervento?
Servono spazi gratuiti di socialità e formazione permanente per prevenire la solitudine e l’impoverimento culturale e il decadimento cognitivo.

La rivoluzione demografica avvenuta dalla metà del secolo scorso ha portato alla luce un “nuovo continente, quello degli anziani”, abitato da persone per le quali “non c’è pensiero, né politico, né economico, né sociale, né spirituale”. È la prima volta nella storia che assistiamo a una “vecchiaia di massa” ed occorre reinventare questa età. In un paese di tanti vecchi e pochi giovani, tutti più soli, la longevità non è una semplice aggiunta temporale, modifica profondamente il nostro rapporto con l’intera vita sul pianeta. Combattere l’ageismo non è un’opera di carità nei confronti degli anziani di oggi ma una battaglia per la dignità di tutti i cittadini del futuro, un patto tra generazioni che può ridisegnare i confini dell’umanità.