Il vignaiolo, ‘incrementabilità’ per vigneti sostenibili e tutela biodiversità

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Roma, 28 mar. (Adnkronos/Labitalia) – ‘Incrementabilità’: un concetto che esprime la necessità di andare oltre la sostenibilità, anche nel vigneto. E che si traduce in una biodiversità maggiormente tutelata, un ambiente difeso ma soprattutto valorizzato, tecniche colturali e produttive orientate alla qualità e al rispetto delle caratteristiche pedologiche dei terreni. A coniarlo Claudio Quarta, vignaiolo salentino in quella che ama definire la sua ‘seconda vita’.

La prima, infatti, come biologo genetista e microbiologo, l’ha spesa sviluppando biotecnologie innovative che potessero contribuire al miglioramento della vita umana, volando negli States e firmando operazioni rimaste negli annali della finanza internazionale. Poi, all’apice della carriera, la decisione, nel 2005, di cambiare vita e tornare alla terra nella sua terra, il Salento, realizzando un vecchio sogno nel cassetto, accompagnato dalla figlia Alessandra. Senza però togliersi il ‘cappello’ del ricercatore.

“Quando si ha la ricerca nel Dna – sottolinea Claudio Quarta – non si appende mai definitivamente il camice al chiodo, anche quando si abbraccia un percorso, solo apparentemente, diverso”. E così anche la sua seconda vita, quella di vignaiolo, non poteva non essere fortemente connaturata a un approccio ‘scientifico’, orientato alla ricerca e alla sostenibilità, non solo ambientale ma anche economica e sociale.

“Quando si pensa a uno sviluppo sostenibile – sostiene – non si possono ignorare, infatti, i tre elementi della sostenibilità che devono essere tutti presenti, in equilibrio. Ciò tuttavia non è sufficiente. Il dovere di ciascuno è quello di lasciare ai propri successori qualcosa di più: lo si può e lo si deve fare attraverso la generazione di conoscenza e innovazione”. Per Quarta, infatti, “non può più bastare non compromettere i bisogni delle generazioni future, alle quali invece abbiamo il dovere di lasciare nuove opportunità e migliori condizioni. La chiave non può che essere la ‘nuova conoscenza’, la sola che può generare vera sostenibilità ambientale, sociale, economica”.

Quello che considera “un ritorno alle origini”, alla terra e alla vocazione storica dei suoi territori, significa “abbracciare un percorso globale di rispetto e amore per la tradizione, da ripensare e innovare senza mai stravolgerla, ma risolvendone gli elementi di criticità”. Per questo, “lo stile di fare impresa è improntato – osserva – allo studio e al rispetto dei micro-territori e delle colture, alla collaborazione con le università e i centri di ricerca, alla valorizzazione delle singole peculiarità e identità locali secondo il modello imprenditoriale ‘a grappolo’”.

Un sistema che consente nel tempo di poter aumentare volumi e fatturato, attraverso un’offerta ampia di vini, senza mai forzare sulla produzione di una singola cantina per non compromettere qualità e autenticità. “Un modello – racconta – in cui il raspo è il cuore che si occupa del controllo e del commercio, mentre gli acini sono le cantine sparse nei vari territori, espressi attraverso vini di qualità, in contesti produttivi recuperati con scrupolosa attenzione e con un restauro conservativo che ne valorizza le singole peculiarità”.

Dalla scelta di vita di Claudio Quarta e dal suo approccio alla sostenibilità è nata la sua azienda, fra Puglia e Campania. Un grande vigneto a ridosso del mare, su un terreno ricco e da sempre vocato alla viticoltura: Tenute Eméra, la più grande delle sue cantine, nel cuore delle Dop di Manduria e Lizzano, in provincia di Taranto. Oltre alle varietà autoctone come Primitivo, Negroamaro e Fiano, sono stati impiantati vitigni internazionali come Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon e Chardonnay, seguendo un rigoroso schema, frutto dello scientifico studio di microzonazione, che ha preceduto la messa a dimora delle piante. Il suolo è stato classificato in undici categorie pedologiche a ciascuna delle quali sono stati associati altrettanti vitigni.

E qui è stato impiantato quello che probabilmente rappresenta il vigneto di biodiversità maggiore al mondo, con circa 500 varietà di vitigni minori, prevalentemente di origine caucasica e mediterranea. Un progetto avviato in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano – ‘Vigneto della Biodiversità’ – con l’obiettivo di preservare una fonte unica di biodiversità e continuare a studiare le caratteristiche e il potenziale qualitativo dei vitigni. La stessa cantina è una struttura ipogea disposta su tre livelli con strutture e macchinari studiati in un’ottica di miglioramento continuo della qualità dei prodotti e nel pieno rispetto della sostenibilità ambientale.

Così come perfettamente integrata col paesaggio è anche Cantina Sanpaolo, che sorge in un’area collinare fra le province di Avellino e Benevento, dove crescono le uve a bacca bianca che danno origine al Fiano di Avellino Docg, al Greco di Tufo Docg e alla Falanghina Igp, insieme al pregiato Aglianico da cui nasce l’omonimo vino e il più prestigioso Taurasi Docg. Infine, Moros, la più piccola di casa Quarta, è una minuscola cantina nata per fare un solo vino, un Salice Salentino Dop Riserva: probabilmente l’unica ‘One Garage Wine’ pugliese, sicuramente tra le pochissime realtà in Italia dedicate alla produzione esclusiva di un solo vino, peraltro in piccolissime quantità.