Il violento può cambiare. Se lo vuole. Dentro i CUAV, dove si prova a interrompere la spirale della violenza

Violenti e incapaci di controllarsi. È questa l’immagine che emerge dai racconti di tante donne vittime di violenza. Storie accomunate da un copione che, pur cambiando protagonisti, si ripete con inquietante regolarità. Scatti d’ira improvvisi, oggetti lanciati contro le pareti, mobili distrutti, schiaffi, pugni, umiliazioni, controllo ossessivo, svalutazione costante della partner. Una tempesta di aggressività che sembra travolgere ogni cosa.

Poi, all’improvviso, il silenzio. La rabbia si spegne, arrivano le lacrime, le scuse, i fiori, le promesse. L’uomo torna premuroso, affettuoso, amorevole. È la cosiddetta “luna di miele” del ciclo della violenza, quella fase che alimenta la speranza della vittima che tutto possa davvero cambiare. Eppure, nella maggior parte dei casi, quel cambiamento non arriva.

I numeri continuano a raccontare un’emergenza che non accenna a diminuire. Secondo le più recenti rilevazioni ISTAT, quasi una donna su tre in Italia ha subìto nel corso della propria vita una forma di violenza fisica o sessuale e, tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% riferisce episodi di violenza fisica o sessuale all’interno della relazione. Alla violenza fisica si affiancano spesso quella psicologica ed economica, forme meno visibili ma altrettanto devastanti.

Migliaia sono le denunce ogni anno per maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenze sessuali, mentre molte vittime continuano a non denunciare, frenate dalla paura, dalla dipendenza economica o dalla speranza che il proprio aggressore possa cambiare.

Una vera emergenza alla quale, negli ultimi anni, il legislatore ha cercato di rispondere con strumenti specifici di contrasto alla violenza di genere. Con la legge n. 69 del 2019, conosciuta come Codice Rosso, sono stati accelerati i tempi di intervento dell’autorità giudiziaria e introdotte nuove tutele per le vittime. Successivamente, con l’intesa sancita in Conferenza Stato-Regioni nel 2022, sono stati definiti i requisiti minimi dei programmi destinati agli autori di violenza domestica e di genere, riconoscendo ai CUAV – Centri per Uomini Autori di Violenza un ruolo sempre più centrale nella prevenzione della recidiva e nella tutela delle vittime.

«I centri per gli uomini maltrattanti sono un tassello del sistema antiviolenza, non la soluzione o una bacchetta magica, ma sono centrali perché se noi non interveniamo per cambiare questa cultura, per fermare la recidiva, per prevenire la violenza prima che avvenga, questa continuerà a propagarsi come il fuoco». A dirlo è Alessandra Pauncz, presidente della rete nazionale dei Centri per gli uomini maltrattanti Relive, che usa proprio l’esempio di un incendio per spiegare come, dopo l’assistenza alle vittime, sia fondamentale intervenire anche sulle cause per “spegnere” la violenza.

Quella dei CUAV è una realtà in crescita ma ancora poco conosciuta. Il loro compito principale è contrastare la recidiva e promuovere la prevenzione. Attualmente in Italia sono circa 110, con sedi presenti anche in diverse aree del Sud. Ogni centro, a seconda delle dimensioni, segue ogni anno da 30 a 300 uomini, mentre gli accessi si sono triplicati dopo l’introduzione delle disposizioni previste dal Codice Rosso.

Per molti uomini, il CUAV rappresenta il primo spazio di confronto in cui parlare di sé. Questo passaggio è fondamentale per favorire un cambiamento culturale e aiutarli a prendere consapevolezza della gravità delle proprie azioni. Tuttavia, modificare modelli comportamentali consolidati e prevenire la recidiva è un percorso complesso.

Nella maggior parte dei casi, gli uomini che hanno perseguitato o maltrattato una donna e sono stati condannati tendono inizialmente a negare le proprie responsabilità, attribuendo la colpa alla partner, alla società o al tribunale.

Il percorso rieducativo dura generalmente da sei mesi a un anno, è articolato in incontri settimanali e, dal 2019, il Codice Rosso prevede che ai partecipanti possa essere riconosciuta la sospensione condizionale della pena.

Dall’introduzione di questa misura gli accessi ai centri sono aumentati progressivamente, mentre si è registrato un forte calo degli ingressi spontanei. Secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’aumento degli accessi motivati dalla possibilità di ottenere benefici giudiziari «può anche tradursi in un maggior rischio di interruzione del percorso».

Il rischio è che i CUAV, nati e diffusi progressivamente su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di offrire un reale percorso di cambiamento agli uomini autori di violenza, finiscano per essere percepiti e utilizzati principalmente come uno strumento per ottenere pene più favorevoli, anziché come luoghi di responsabilizzazione, recupero e prevenzione della violenza.