Il virus ci ama

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È difficile dire con parole di figlio ciò cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce
la mia angoscia. Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso. Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Pier Paolo Pasolini

di Ugo Righi

Possono fare tutti i giri di argomentazioni che vogliono per spiegare, ma non ci sono storie, nessun alibi può reggere, i dati hanno una loro logica e inevitabile verità: Il virus ama gli italiani.
Siamo il terzo paese al mondo per decessi.
Considerando che se ne occupano in tanti, che siamo pieni di scienziati che dicono la loro, che i politici si danno un gran daffare, che abbiamo addirittura uno a capo che si chiama Speranza, che tutte le reti televisive e giornali parlano in pratica quasi solo di questo, che stiamo chiusi in casa, ebbene, la spiegazione, se non vogliamo dire che siamo di fronte ad una democratizzazione dell’incompetenza e a una congiura involontaria compiuta da soggetti con gravi problemi mentali, se non siamo di fronte a questo, non ci rimane che una spiegazione: il virus ci ama! E noi, sotto sotto, abbiamo una propensione per lui.
Ma a parte l’ironia il dramma, tra i drammi, è che si sta banalizzando la morte. Ci stiamo, per forza, abituando a lei e all’abbandono nella macabra danza.
Ora si può morire in un bagno dell’ospedale o in solitudine ovunque. Prima la morte era un momento sacro, in fondo pieno di vitalità determinata dalla vicinanza d’amore.
Per me la morte ha cominciato a essere presente da quando mia madre ha cominciato la sua nuova vita finendo questa.
Era circondata da amore che si toccava e vedeva e si sapeva.
Il valore d’ impreziosire anche l’ultima giornata, in un ultimo gesto d’amore (in realtà per chi si ama non c’è mai un ultimo gesto).
Prima questo era fondamentale ed era possibile, ora no.
Molti vecchi se ne vanno in una solitudine che non riesco, e non voglio, immaginare e tocca la stessa solitudine l’impotenza di chi li ama e non può far altro che guardare il vuoto.
Dobbiamo tornare a vivere anche per ridare un senso alla morte.
Non ci sono colpevoli (forse) di tutto questo ma dei peggioramenti certamente sì.
Il corona virus ama chi le facilità accessibilità.
Il corona virus ama gli italiani.
Forse gli altri stati stanno andando meglio perché ci stanno studiando per capire come non bisogna essere e come non bisogna fare.
Manca, e purtroppo non arriva perché si dice che manca, una leadership di valore ad alto livello.
A livello di una complessità drammatica.
Manca, ma manca anche una leadership normale, siamo messi malissimo in termini di capacità integrative.
Sono tutti esperti della differenziazione e della coltivazione dell’inimicizia. Esperti nella costruzione di labirinti che partono dai loro labirinti mentali.
Certo che districarsi in un labirinto pieno di indicazioni è difficile.
Non si sa chi ascoltare e si capisce che chi non sa fa finta di sapere e chi sa è sicuro di sapere quel che va saputo mentre chi non sa e sa di non sapere capisce che dal labirinto passa nel deserto: il più grande di tutti i labirinti.