Il volto della Repubblica: Anna Iberti e la memoria non pacificata del 2 giugno

70

di Giovanni Di Trapani

C’è un’immagine che più di ogni altra ha consegnato la nascita della Repubblica italiana alla memoria collettiva. Non è una fotografia di palazzi, di comizi, di uomini di governo o di bandiere spiegate. È il volto di una giovane donna che emerge da una pagina di giornale. Il giornale è il Corriere della Sera, con il titolo destinato a fissare un passaggio irreversibile: “È nata la Repubblica italiana”. La donna si chiamava Anna Iberti. Aveva ventiquattro anni. L’autore dello scatto era Federico Patellani, maestro del fotogiornalismo italiano, che realizzò quell’immagine per la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946. La scheda conservata dal Museo Nazionale di Fotografia identifica il soggetto come “giovane donna Anna Iberti” e descrive il volto che affiora dalla prima pagina del giornale come immagine dei festeggiamenti per la nascita della Repubblica a seguito del referendum istituzionale.
Partire da Anna Iberti significa sottrarre il 2 giugno alla retorica più facile. Non perché la Repubblica non meriti celebrazione, ma perché ogni celebrazione autentica deve saper reggere il peso della storia. Il 1946 non fu una cartolina luminosa. Fu l’anno di un Paese uscito dalla guerra, attraversato dalla fame, dalle macerie materiali e morali, dalla memoria del fascismo, dalla frattura tra Nord e Sud, dalla paura del futuro. La Repubblica non nacque in un’Italia pacificata; nacque in un’Italia che cercava una forma nuova per non ricadere nella propria rovina.
In questo senso, il volto di Anna Iberti non è soltanto il volto della gioia. È il volto di una soglia. Anna lavorava nell’ambiente dell’Avanti!, il quotidiano socialista, e secondo le ricostruzioni più accreditate lo scatto fu realizzato sulla terrazza della redazione milanese del giornale. La sua non era la posa di una figura pubblica, ma quella di una giovane donna ordinaria che, quasi senza saperlo, entrava nella storia come allegoria civile. Non una statua, non una madre della patria costruita dall’iconografia ufficiale, ma una ragazza reale, con una biografia concreta, immersa nel tempo fragile della ricostruzione.
Il valore di quella fotografia sta proprio in questa ambivalenza. Patellani non consegna ai posteri un’immagine trionfale, ma un dispositivo visivo più complesso: un volto femminile, un giornale, una notizia, un Paese che cerca se stesso. La Repubblica vi appare non come un monumento compiuto, ma come una promessa. E una promessa, per definizione, non è mai garantita una volta per tutte. Deve essere mantenuta, verificata, difesa.
Il referendum del 2 giugno 1946 fu, infatti, un atto politico e giuridico di portata costituente. Gli italiani e, per la prima volta in una consultazione politica nazionale, le italiane furono chiamati a scegliere tra monarchia e Repubblica e a eleggere l’Assemblea Costituente. Il Quirinale ricorda che gli aventi diritto erano 28.005.449, i votanti 24.946.878, pari all’89,08%; i voti validi furono 23.437.143, di cui 12.718.641 per la Repubblica, pari al 54,27%, e 10.718.502 per la monarchia, pari al 45,73%. Numeri netti, ma non plebiscitari. Numeri che raccontano una scelta maggioritaria, non una conversione unanime. La Repubblica nacque da una decisione democratica, ma anche da una divisione profonda.
È qui che la memoria deve farsi adulta. Celebrare la Repubblica non significa fingere che essa sia nata senza conflitto. Significa riconoscere che la democrazia repubblicana fu la risposta istituzionale a un Paese spezzato. La monarchia portava con sé il peso del ventennio, delle leggi liberticide, della complicità con il fascismo, della guerra perduta, dell’8 settembre, della fuga da Roma, del disfacimento dello Stato. La Repubblica, invece, non era ancora una realtà: era un rischio, un progetto, una scommessa. Fu scelta non perché fosse già solida, ma perché appariva necessaria.
In quella scelta ebbero un ruolo decisivo le donne. Il diritto di voto femminile era stato riconosciuto con il decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23, e il 2 giugno 1946 le donne parteciparono per la prima volta alla fondazione democratica dello Stato. Secondo i dati richiamati dal Quirinale, votarono 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini; nell’Assemblea Costituente entrarono ventuno donne, poi ricordate come “Madri Costituenti”. Per questo il volto di Anna Iberti non è un semplice ornamento simbolico: è il segno di un ingresso storico. La Repubblica nasce anche perché le donne entrano pienamente nella cittadinanza politica.
Tuttavia, sarebbe riduttivo trasformare Anna in un’icona rassicurante. Il suo sorriso non cancella la durezza del tempo. Semmai la attraversa. Dietro quella pagina di giornale vi sono le file ai seggi, le discussioni nelle famiglie, la contrapposizione tra città e campagne, tra Nord repubblicano e Sud più monarchico, tra memoria resistenziale e fedeltà dinastica, tra aspettative popolari e timori conservatori. Il Quirinale sottolinea espressamente che la società italiana viveva allora libere elezioni a suffragio universale in un Paese “ancora profondamente diviso” sulla questione istituzionale.
Per questo la Repubblica non va ricordata come un sentimento generico, ma come un metodo. È la forma istituzionale attraverso la quale l’Italia scelse di trasformare la frattura in rappresentanza, il conflitto in Costituzione, la memoria della guerra in architettura democratica. Il 2 giugno non celebra soltanto la vittoria di una parte sull’altra; celebra la possibilità che, dopo la catastrofe, una comunità politica torni a decidere del proprio destino attraverso il voto.
La fotografia di Patellani continua a parlarci perché non appartiene soltanto al 1946. Ogni volta che la guardiamo, ci ricorda che la Repubblica non è un’eredità passiva. È un compito. Non coincide con le istituzioni considerate nella loro astrattezza, ma con la qualità della cittadinanza che quelle istituzioni riescono a generare. Non vive soltanto nelle cerimonie, negli inni, nelle corone deposte, nelle parate, ma nella tenuta quotidiana dei diritti, nella credibilità della rappresentanza, nella dignità del lavoro pubblico, nella capacità di ridurre le diseguaglianze, nella fedeltà alla Costituzione come patto e non come formula.
Anna Iberti, giovane impiegata, divenuta senza volerlo volto della Repubblica, ci consegna dunque una memoria più severa e più vera. Il suo volto non chiede commozione facile. Chiede responsabilità. Ci ricorda che la Repubblica fu giovane, fragile, contesa, e proprio per questo preziosa. Nacque da una pagina di giornale, ma non poteva restare sulla carta. Doveva diventare scuola, lavoro, giustizia, voto, partecipazione, libertà.
Ottant’anni dopo, celebrare il 2 giugno significa tornare a quello sguardo senza indulgere né nella nostalgia né nell’autocompiacimento. La Repubblica non è il racconto buonista di un’Italia improvvisamente redenta. È la memoria concreta di un Paese che, dopo avere conosciuto la dittatura, la guerra e la lacerazione civile, scelse di darsi una forma nuova. E nel volto di Anna Iberti, tra cronaca e simbolo, tra documento e allegoria, resta impressa la domanda che ogni generazione deve raccogliere: non soltanto come nacque la Repubblica, ma che cosa siamo disposti a fare perché continui a essere degna del suo nome. 

PhD G. Di Trapani