Imposta la chiusura del Consolato cinese a Houston (Usa)

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In foto Cai Wei

Il consolato generale della Repubblica popolare cinese a Houston (Texas) con il Console Cai Wei ha 72 ore di tempo per chiudere. La notizia è stata data dal Dipartimento di Stato americano in poche ore , ma un giornale locale della città texana aveva riferito che i funzionari della sede diplomatica avevano già cominciato a bruciare i documenti, come mostrato da un video apparso in rete e come confermato dagli stessi Vigili del Fuoco di Houston che sono giunti sul luogo senza però poter intervenire, trattandosi di un edifico dotato di extraterritorialità, come per tutti quelle delle legazioni straniere. Washington ha giustificato la decisione, come riporta il New York Times, a causa delle ripetute violazioni cinesi della sovranità americana, tra cui si annoverano “massicce operazioni di spionaggio e influenza illegali”. Paolo Mauri continua nel suo articolo citando che la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, ha affermato che l’ordine di chiusura del consolato ha dimostrato che gli Stati Uniti non tollerano più il “comportamento oltraggioso” della Cina. “La Repubblica Popolare Cinese si è impegnata per anni in massicce operazioni di spionaggio illegale e in tentativi di influenzare funzionari del governo degli Stati Uniti e cittadini americani” ha dichiarato la signora Ortagus. La mossa, ha aggiunto, “proteggerà la proprietà intellettuale americana e le informazioni private dei nostri cittadini”. La Ortagus non ha fornito ulteriori spiegazioni, ma l’amministrazione americana ha ripetutamente accusato la Cina di vari tentativi di rubare segreti commerciali e militari, accuse che Pechino ha sempre respinto. Martedì il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato che è stata formalizzata un’accusa contro due hacker cinesi accusati di aver tentato di rubare informazioni sulla ricerca di un vaccino contro il coronavirus. Questo è solo l’ultimo dei provvedimenti di Washington contro la Cina: l’amministrazione Trump ha emesso restrizioni verso i cittadini cinesi che includono l’emissione di regole di viaggio simili a quelle della Guerra Fredda per i diplomatici e la richiesta a diverse organizzazioni di stampa statali cinesi di registrarsi come entità diplomatiche. Washington sta inoltre prendendo in considerazione di imporre un divieto di viaggio per i membri del Partito comunista cinese e per le loro famiglie: una tale mossa, se attuata, potrebbe colpire 270 milioni di persone. La decisione di chiudere il consolato cinese a Houston, però, potrebbe non essere solamente un provvedimento simbolico nella guerra di Washington contro le attività cinesi, ma avere una motivazione dettata da esigenze legato allo spionaggio militare e commerciale. Non è infatti un caso che in Texas ci siano gli stabilimenti di alcune della maggiori industrie aerospaziali americane: la Boeing, ad esempio, nella sua sede di El Paso, produceva – sino al 2016 – componenti per i bombardieri B-1B, sistemi per i missili Patriot PAC-3, componenti elettrici ed elettronici per l’Iss, la stazione spaziale internazionale, per il caccia Stealth F-22 e F-15, e conduceva assemblaggio e test per il sistema di guida del missile intercontinentale Minuteman III. Sempre la Boeing possiede importanti infrastrutture legate alla produzione dei suoi velivoli civili, tra i più venduti al mondo, a Dallas e proprio anche a Houston. Ancora in Texas e per la precisione nei pressi di Dallas, a Fort Worth, ha sede la linea di produzione principale del caccia di quinta generazione della Lockheed Martin F-35, e sempre nella cittadina texana è situato il “cervellone” centrale del software che regola l’utilizzo del nuovo velivolo. Dal 2007, infatti, proprio a Fort Worth è presente il terminale principale di Alis(Autonomic Logistics Information System) nel complesso industriale della Lockheed, poi diventato Odin(Online Data Integrated Network) a seguito di notevoli migliorie. La chiusura del consolato cinese di Houston, forse non del tutto inaspettata visto che, a quanto sembra, i funzionari hanno cominciato a bruciare i documenti prima dell’annuncio ufficiale – temendo magari un’irruzione dei G-Man dell’Fbi – risulta quindi molto più legata all’attività di spionaggio cinese negli Stati Uniti piuttosto che essere solo l’ultima mossa diplomatica di Washington per mettere pressione su Pechino. Il consolato avrebbe potuto essere, infatti, un centro logistico per lo spionaggio in Texas, che come abbiamo visto è sede di aziende molto “delicate” per quanto riguarda la sicurezza nazionale, e quindi una sorta di crocevia di spie. Durissime sono state le reazioni del governo cinese: Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Affari Esteri cinese, ha invitato gli Stati Uniti a ritornare immediatamente sui propri passi “altrimenti la Cina intraprenderà certamente reazioni legittime e necessarie”. Wenbin ha anche affermato, in una conferenza stampa, che “è una provocazione contro la Cina e una infrazione delle leggi internazionali e delle regole base delle relazioni internazionali”.