Imprenditori, gli stranieri sempre più dinamici: mezzo milione le attività gestite in Italia

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Il dinamismo imprenditoriale italiano ha contagiato anche gli immigrati. L’Italia è il primo Paese europeo per lavoratori autonomi e imprenditori attivi, ed è tra i primi tre per lavoratori autonomi e imprenditori nati all’estero. Terzo, dietro Regno Unito e Germania, per la quota sul totale della Ue, e primo addirittura per quanto riguarda i non comunitari. Lo si legge nel Rapporto “Immigrazione e Imprenditoria 2015” redatto dal Centro studi e ricerche dell’Idos, in collaborazione con CNA e Moneygram. Sono oltre mezzo milione le imprese gestite in Italia da nati all’estero, in crescita costante anche negli anni della crisi e in controtendenza rispetto all’andamento generale. Per la precisione, alla fine del 2014, erano 524.674, in aumento del 5,6% rispetto all’anno precedente e del 15,6% in confronto al 2011. Uno stock che rappresenta l’8,7% delle imprese nazionali, oltre sei milioni in tutto, e il 12,9% delle imprese individuali. La scelta del lavoro autonomo-imprenditoriale, soprattutto in questa fase di persistente criticità, si configura, probabilmente, innanzitutto come un’alternativa alle difficoltà nel mondo del lavoro dipendente ma è anche una spinta verso l’autonomia e l’inserimento nel tessuto socio-economico. Gli imprenditori di origine straniera, inoltre, stanno seguendo perlopiù logiche di sostituzione in settori maturi, come il commercio e l’edilizia, anche per gli esigui capitali di investimento di cui, in genere, dispongono.

Il profilo

La ditta individuale è l’impresa standard. Più di otto imprese su dieci di residenti nati all’estero rientrano in questa tipologia contro cinque su dieci tra le imprese “italiane”. Diversamente dagli imprenditori italiani, tra i quali è in diminuzione, gli immigrati preferiscono sempre di più questa forma societaria: tra tutte le imprese avviate nel 2014 da nati all’estero sono l’86,3%. Al secondo posto sono le società di capitali (il 10,8% del totale, con un incremento superiore al 30% sul 2011 e del 14,5% nell’ultimo anno). Le società di persone rappresentano il 7,2% della platea complessiva e in altre forme rientra l’1,7%. Rimane ridotto il numero di imprese ibride, gestite in collaborazione tra immigrati e nativi italiani, che sono solo il 5,9% del totale. Un ostacolo alla crescita delle imprese, in quanto le possibilità di sopravvivenza (e di espansione) sono ritenute legate anche al superamento dell’economia ristretta al mondo dell’immigrazione che relazioni multiple e allargate all’esterno, ovviamente facilitano.

I settori

Il commercio e l’edilizia sono i comparti che attirano principalmente gli immigrati. Nel complesso questi due settori coprono il 60,1%. In dettaglio il 35,8% (188mila imprese) sono attività commerciali, il 24,3% edili. Seguono, a lunga distanza, la manifattura (42mila imprese, equivalenti all’8% del totale), le attività di alloggio e ristorazione (39mila imprese, il 7,4%), i servizi (27 mila imprese, equivalenti al 5,1%). Nel 2014 proprio i servizi hanno trainato la crescita dell’imprenditoria immigrata, con il 15,4% delle nuove società, seguiti da costruzioni (14,8%), commercio (12,1%), alloggio e ristorazione (9,3%), manifattura (7,2%).

Il territorio

La distribuzione dei lavoratori autonomi e delle imprese amministrate da nati all’estero ricalca, ovviamente, la dinamicità imprenditoriale ed economica italiana. Oltre la metà sono attive nelle regioni settentrionali, il 26,7% nel Centro e il 22,3% nel Sud e nelle Isole. La Lombardia è la regione con il maggior numero di società gestite o amministrate da nati all’estero: quasi 100mila complessivamente, equivalenti al 19% del totale nazionale. Seguono Lazio (oltre 67mila/12,8%), Toscana (poco meno di 50mila/9,5%), Emilia-Romagna (47mila/9%), Veneto (44mila/8,5%). In proporzione alla platea imprenditoriale regionale, è la Toscana (il 12,1% del totale) a primeggiare, seguita da Liguria (11,2%), Lazio (10,7%) e Friuli Venezia Giulia (10,6%).

L’origine

La vocazione al lavoro autonomo e all’imprenditorialità dei nati all’estero è concentrata in poco più di una decina di Paesi. Secondo i dati Sixtema-Cna, le sei collettività più numerose tra i responsabili di imprese individuali (provenienti da Marocco, Cina, Romania, Albania, Bangladesh e Senegal) coprono oltre la metà del totale. I nati in Marocco rappresentano il 15,2% complessivo, seguiti dai nati in Cina (11,2%), Romania (11,2%), Albania (7,3%), Bangladesh (6,2%) e Senegal (4,3%). La crescita maggiore negli ultimi anni si è registrata tra i nativi del Bangladesh: +28,3% nell’ultimo anno, +245,7% rispetto al 2008. Nella top ten rientrano anche i nati in Svizzera (3,8%) e in Germania (3,2%), ma è evidente che si tratta di figli (e discendenti) di italiani emigrati che hanno voluto riscoprire le proprie radici. Gruppi etnici e attività vanno di solito a braccetto. I marocchini sono impegnati nel commercio in tre casi su quattro, i cinesi sono distribuiti più equamente tra commercio, manifattura e servizi, i romeni e gli albanesi sono concentrati nell’edilizia, i bangladesi e i senegalesi nel commercio (in quest’ultimo caso la percentuale sfiora il 90%). Su un altro piano si ha la conferma del profondo rapporto tra etnia e attività. Quasi la metà degli immigrati impegnati nella manifattura è cinese, così come nell’edilizia capita complessivamente per romeni e albanesi. Il commercio è appannaggio di marocchini, bangladesi e senegalesi.

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