Imprese: la ricerca, per più di 1 Cfo su 2 modello business da rinnovare

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Milano, 5 giu. (Labitalia) – L’adeguatezza del modello di business è un punto centrale con il quale tutte le funzioni aziendali oggi devono confrontarsi di fronte alle pressioni dell’innovazione tecnologica. E più di un Cfo (ossia direttori delle aree di Amministrazione Finanza e Controllo d’impresa su due in Italia ritiene che l’azienda dove lavora debba adeguare e rinnovare il proprio modello di business. Emerge da una ricerca di Business International, divisione di Fiera Milano Media-Gruppo Fiera Milano, realizzata in occasione della diciottesima edizione del Cfo Summit, in programma oggi e domani al Magna Pars Space Events di Milano.

La ricerca, dal titolo ‘The future of Cfo in the Enterprise 4.0 era’, è sviluppata in collaborazione con Luciano Olivotto, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e ha cercato di definire le caratteristiche di un ambiente altamente sfidante, in cui le competenze tipiche del passato, come quelle amministrative, finanziarie, di controllo e fiscali, non sono più sufficienti, ma richiedono un aggiornamento costante e orientato a nuovi modelli di business digitale.

Secondo le risposte, il 41% delle imprese ritiene adeguato il proprio modello di business rispetto al 51% che lo considera solo parzialmente al passo con i tempi e all’8%, che invece non è per niente soddisfatto della situazione attuale della propria realtà sotto questo profilo. Le interviste sono state realizzate su un campione di 100 Cfo italiani ad aprile 2019: lo studio ha delineato una visione globale di business che si sposta verso una gestione finanziaria dove la digitalizzazione favorisce l’automazione e permette ai professionisti di concentrarsi su compiti più importanti, agevolando un loro maggiore dialogo con il Ceo al fine di essere coinvolti in tutte le discussione aziendali.

I Cfo 4.0 hanno una consapevolezza sempre maggiore nel considerare il proprio ruolo come cruciale in questa quarta rivoluzione industriale, ma sentono di dover ancora sviluppare a pieno alcune skill fondamentali come quella di saper essere facilitatori del cambiamento (39%), leader del processo di evoluzione (26%) e produttori di smart data di supporto alla trasformazione (23%). Dai dati del rapporto, inoltre, emerge anche come i responsabili dell’area Afc considerino se stessi quali efficaci gestori di relazioni interne ed esterne, con un’autorevolezza fondata soprattutto sulle proprie abilità di costruire alternativi scenari di business per investimenti innovativi. Un asset, questo, che ovviamente avvicina sempre di più il mondo del finance a quello dell’It e delle Analytics.

Le linee di intervento previste per il cambiamento in azienda, secondo i Cfo, si polarizzano sostanzialmente su tre punti: la ricerca di innovazione, attraverso partnership con start-up (9%), reclutamento di nuovi talenti (16%) o investimenti in tecnologia e digitalizzazione (20%); un più diretto coinvolgimento sulle tematiche core (16%); il reperimento di risorse finanziarie alternative all’ambito bancario (5%) e l’investimento nel rafforzare il proprio modello di business rendendolo sempre più sostenibile (6%); un continuo sforzo per migliorare i processi di raccolta e di elaborazione dei dati al fine di rendere sempre più affidabili i processi di analisi strategica e consentire le previsioni di sviluppo del business model o gli scenari strategici di cambiamento e innovazione (20%).

Azioni per arrivare a una ‘agilità strategica’ che diventa fondamentale per reagire all’inadeguatezza del modello di business e orientarsi verso nuovi prodotti, servizi, mercati e alleanze.

Si rende così necessario sviluppare un approccio di confronto costruttivo ai ‘fallimenti’, nel quale la gestione dei dati consente di affrontare situazioni anche non note in partenza, ma rese visibili grazie a continui processi adattivi sui possibili futuri scenari.

Nonostante questo, però, ciò che si può osservare dall’analisi è che se da una parte la tendenza a guardare al futuro si stia ampliando, con la maggior parte degli intervistati (51%) che pone la propria attenzione in maniera eguale sia sui compiti tradizionali, legati ancora ad attività di controllo e gestione dell’ambito finanziario, sia sulle nuove attività analitiche e strategiche, dall’altra invece rimane innegabile come ci sia ancora un significativo numero di professionisti del settore (35%) che si interessa a queste nuove mansioni ‘data-driven’ solo nel 20% del proprio tempo lavorativo.

Arrivando, infine, al tema della sostenibilità, i dati mostrano come in Italia, da una parte, ci siano imprese che lo considerano un elemento ancora di carattere marginale o legato a esigenze di compliance (35%), mentre, dall’altra, ci sono già numerose realtà che lo ritengono un fattore culturale (38%). Nonostante questo, però, la ricerca evidenzia anche come ci sia ancora un corposo numero di realtà (19%) che considera ancora molto poco questi temi su cui nel prossimo periodo sarà importante lavorare e impegnarsi per consentire un migliore approccio manageriale e imprenditoriale sotto questo profilo anche nel nostro Paese.