Solo lo 0,89% delle imprese italiane ha una polizza per i danni alle risorse naturali. Il dato emerge da un’elaborazione dell’Osservatorio Pool Ambiente, consorzio nato dopo il disastro di Seveso di cui tra pochi mesi ricorrerà il 50esimo anniversario, basata sulla terza rilevazione statistica di ANIA. Tra i settori più assicurati quello dei rifiuti (22,62%), grazie anche all’obbligo di legge, introdotto nel 1999 dalla Regione Veneto, seguito dalla chimico (14,08%) e petrolifero (6,55%). In fondo alla classifica i settori siderurgico e metalmeccanico (0,94%), dei trasporti (0,64%) e quello civile, commerciale e turismo (0,16%). A fare i maggiori progressi il comparto attività presso terzi, che comprende edilizia, bonifiche, manutenzioni, che nel 2023 ha quasi raddoppiato il portafoglio polizze (+81%, da 1.540 a 2.789 contratti), trainato dalla crescente domanda di garanzie nei contratti pubblici e privati.
A guidare la classifica delle Regioni più virtuose sono Veneto e Friuli Venezia Giulia, rispettivamente con 2,11% e 1,11%, seguite da Basilicata (1,09%), Lombardia (1,07%) e Umbria (1,01%). Queste sono le uniche cinque regioni italiane ad aver superato la soglia dell’1% nel 2023, ultimi dati disponibili. In generale, le regioni del Centro-Nord presentano valori superiori alla media italiana, mentre quelle del Sud presentano percentuali generalmente inferiori, con il record del numero più basso di polizze in rapporto al numero di imprese attive detenuto dalla Campania (0,42%).
“In Italia manca ancora una cultura assicurativa ambientale matura – afferma Tommaso Ceccon, presidente di Pool Ambiente –. L’esperienza del Veneto dimostra che strumenti normativi mirati producono risultati concreti e misurabili: con un tasso di incidenza del 2,11%, più del doppio della media nazionale, quella regionale è la prova che il modello funziona e può essere replicato. Auspichiamo che questa convergenza venga colta con determinazione, nell’interesse delle imprese che chiedono certezza sulla gestione del rischio ambientale, dei cittadini che vivono nei territori esposti alla contaminazione, delle finanze pubbliche che oggi ne sostengono i costi, e degli obiettivi di zero inquinamento che l’Unione Europea ha posto al centro del Green Deal”.






































