In ricordo di Massimo Milone, il giornalista che non usava WhatsApp. Ecco perché gli volevo bene

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in foto Massimo Milone

di Alfonso Ruffo

“Chi è, prontooo…” con voce strascicata Massimo rispondeva a tutti a quell’arnese che chiamava telefono, un residuato della prima ora quando gli iPhone non erano stati nemmeno immaginati. Odiava i messaggi e naturalmente non usava WhatsApp. La voce, quella che contava era la voce viva dell’interlocutore.
Lui era fatto così, l’uomo più raggiungibile del mondo. Non voleva e non metteva filtri tra sé e gli altri. Per questo finiva tempestato di richieste di aiuto e piaceri. Anche per questo gli volevamo tutti bene. Sapere di non poterlo più incontrare, di non poter più difendersi dal suo volume sempre alto provoca un dolore lancinante.
Quando quelli della mia generazione (anni Sessanta) hanno cominciato a bazzicare la professione Massimo già c’era. Un po’ più grande di noi, credo sia stato uno dei primi colleghi ad aver incrociato. E sarebbe stato impossibile il contrario perché dovunque ci fosse un evento culturale Massimo ne era a qualche titolo coinvolto.
La maggior parte del pubblico lo conosce per aver guidato a lungo il Tg della Campania e poi la Tv del Vaticano dove ha preso servizio nel giorno delle dimissioni di papa Ratzinger. Con Francesco è stato in giro per il mondo. Ha curato speciali televisivi, scritto libri, presieduto l’Unione cattolica della stampa italiana.
Tutto questo è ampiamente riportato nelle tante cronache dedicate alla sua improvvisa scomparsa, all’alba di martedì 9 maggio, per uno scherzo del cuore che ha lasciato di stucco parenti amici e conoscenti. Raramente si è assistito alla girandola di incredule ricerche di conferma allo spargersi della triste notizia.
Gioviale, disponibile, leale, è stato un esempio virtuoso per i tanti giovani che ha introdotto nel mestiere. Ma chi ha davvero voglia di sapere di che pasta fosse fatto deve guardare ai figli, Andrea e Alessandro, di cui andava con la moglie Barbara giustamente orgoglioso. Una perfetta proiezione della sua signorilità.
Nessuno vorrebbe scrivere dell’amico che non c’è più. I ricordi appesantiscono la mente e la malinconia prende il sopravvento. Ma è quasi bello osservare quanta e quale partecipazione di autorità e semplici cittadini accompagna il suo viaggio finale attraverso parole di affetto, di amore, di gratitudine.
Vuol dire che ha seminato bene. Che i fatti si sono incaricati di confermare le parole come forse non siamo più abituati a considerare. Ha gestito il potere Massimo, quello dei ruoli che ha ricoperto, ma con un tale spirito di servizio che nessuno ne ha avvertito il peso. Provava ad essere giusto, e forse ci è riuscito.