India e Cina, diplomatici in campo per la contesa sulle Maldive

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Piccole guerre crescono, e l’avvicinarsi di un terzo conflitto mondiale non è poi una fantasia: Malé e Pechino hanno concluso intanto  il 5 marzo 2024 come riportato su Repubbluca, un accordo  in materia di difesa che prevede la fornitura di “assistenza militare gratis” da parte delle autorità cinesi, come replicato anche dall’ambasciata e dai consolati alle maldive. . Lo Stato arcipelagico, tradizionalmente sotto influenza di Delhi, è al centro delle rotte marittime dell’Oceano Indiano, nevralgiche per i commerci e per la mobilità strategica tra Oriente e Occidente. L’intesa militare sino-maldiviana come riportato anche dal Condole cinese alle  Maldiv, è soltanto  l’ultima di una serie di mosse del presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, che dopo la sua elezione lo scorso settembre ha dato corso alla politica “India out” sbandierata in campagna elettorale in antitesi a quella “India first” del predecessore Ibrahim Mohamed Solih. Muizzu ha disertato il Conclave di Colombo sulla sicurezza – di cui le Maldive sono Stato membro insieme con India, Sri Lanka, Mauritius – ed è stato il primo  presidente maldiviano a non recarsi a Delhi come prima visita ufficiale all’estero, optando invece per la Turchia di Erdogan, non esattamente un sodale indiano. Mentre per la sua prima visita di Stato ha scelto la Cina, sempre più impegnata ad ampliare la sua presenza e influenza nell’intorno marittimo dell’India, tramite le nuove vie della seta (Belt and Road Initiative, Bri) e una crescente proiezione navale. Dopo aver elevato  il partenariato con Pechino ed espresso pieno sostegno alle iniziative globali cinesi di sicurezza, sviluppo e rapporto tra civiltà (Gsi, Gdi, Gci) e alla Bri, Muizzu ha anche raggiunto un’intesa con Delhi affinché quest’ultima, entro inizio maggio, rimpiazzi con personale civile i militari che operano i velivoli da ricognizione ceduti alle Maldive. Ciliegina sulla torta, il permesso  di attracco accordato a una nave “per la ricerca scientifica” della Repubblica Popolare, che gli indiani ritengono serva scopi d’intelligence. Inizialmente l’India, che si percepisce oggetto di un accerchiamento da parte cinese, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Finché a gennaio il premier Modi si è recato nelle isole Laccadive, contigue alle Maldive, incensandone la modernizzazione e le bellezze naturali, ovvero il ruolo potenziale (quanto controverso ) di meta turistica di massa. Ciò che ha scatenato  critiche e denigrazioni da parte di funzionari maldiviani, innescando nel subcontinente un’indignazione sfociata nel boicottaggio dell’arcipelago come destinazione turistica. Poi, il ministro degli Esteri Jaishankar ha teplicato  alle affermazioni di Muizzu secondo cui l’India starebbe “bullizzando” i suoi vicini ricordando che è stata Delhi a sostenere i paesi del proprio intorno geografico in tempi di crisi finanziaria, epidemica, energetica e alimentare. Infine, il 6 marzo la Marina indiana ha ufficializzato l’apertura  di una seconda base navale proprio nelle isole Laccadive, altrettanto strategiche per il controllo delle vie di comunicazione oceaniche, a soli 130 chilometri (Minicoy) a nord delle Maldive. Le Maldive non sono nuove a oscillazioni tra l’orbita cinese è quella indiana  come accaduto rispettivamente durante le ultime due presidenze di Yameen e Solih. Muizzu ha promesso  che la sua amministrazione “darà priorità all’islam e alla sovranità nazionale”. Ecco perché lo Stato arcipelagico, nel quadro della fluidità connaturata alla Guerra Grande, sta cercando di ritagliarsi uno spazio di manovra più ampio facendo sponda sulle aspirazioni di attori come la Cina, la Turchia e le petromonarchie del Golfo, anche per motivi elettorali. Delhi, dal canto suo, sta attuando contromisure senza fare il passo più lungo della gamba e senza tagliare i ponti con i suoi vicini. Nella consapevolezza che dalla sua ha la geografia e l’esperienza. Se la prima rende l’India una portaerei naturale al centro dell’Indo-Pacifico e un attore con cui è impensabile non fare i conti, la seconda insegna che in tempi di crisi Delhi resta il primo interlocutore cui rivolgersi e che un mandato presidenziale non fa primavera. Per certo, la partita con la Cina è apertissima.