Indice delle liberalizzazioni 2013: sarà diverso da quello del 2014?

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Anche l’anno appena concluso ha visto la ormai classica pubblicazione dell’Indice delle liberalizzazioni – il tradizionale rapporto dell’Istituto Bruno Leoni sul grado di apertura di diversi settori dell’economia – che si è anche presentato con diverse innovazioni metodologiche. L’indagine costruisce infatti, per la prima volta, una “classifica” tra i 15 paesi membri della “vecchia” Europa. I settori esaminati sono: carburanti, elettricità, gas, mercato del lavoro, servizi postali, telecomunicazioni, televisioni, trasporto aereo e trasporto ferroviario. Per ognuno di questi settori, attraverso l’identificazione di una serie di criteri, è stato costruito un indice di liberalizzazione, pari a 100 per il paese più liberalizzato e a 0 per quello meno liberalizzato. Dalla media tra i risultati settoriali è così emerso un indice di liberalizzazione complessivo per ciascun paese, che esprime sinteticamente la maggiore o minore presenza di barriere all’ingresso, all’esercizio e all’uscita delle imprese dal mercato. Ad aprire la classifica, come paese più virtuoso, è il Regno Unito, a chiuderla è invece l’Italia. Alla stesura dell’Indice delle liberalizzazioni hanno collaborato: Fabiana Alias, Ugo Arrigo, Massimo Beccarello, Silvio Boccalatte, Marco Giovacchini, Andrea Giuricin, Carlo Stagnaro e Massimiliano Trovato. Ne parliamo oggi con Carlo Stagnaro; direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni che si occupa di economia dell’energia ed economia dei servizi pubblici. Dal 2007 cura il rapporto annuale “Indice delle liberalizzazioni”. Carlo, anche quest’anno il mercato italiano non è riuscito a raggiungere la sufficienza dell’indice delle liberalizzazioni, ed io temo che pure l’anno prossimo non cambierà granché: siamo condannati ad aspettare Godot oppure no? Anche per la concomitanza con le elezioni politiche e il conseguente stallo politico, il 2013 è stato senza dubbio un anno privo di particolari innovazioni dal punto di vista della concorrenza. E, se il buongiorno si vede dal mattino, il 2014 non promette nulla di buono, anche se resta da capire quali carte voglia giocare Renzi. Il problema è che, fino a quando l’Italia non affronterà seriamente alcuni nodi strutturali, tra cui le liberalizzazioni, inevitabilmente le cose continueranno a seguire la china di stagnazione su cui è avviato il nostro paese da almeno vent’anni. I lettori del Denaro hanno ormai familiarità col leggere le pagelle sul paese in cui viviamo – grazie anche alla collaborazione con Italia Aperta – ora proviamo a dare qualche voto con l’Indice Bruno Leoni, Carlo.. Se il 60 corrisponde a un 6 in pagella, l’Italia, nel 2013, si è fermata a una media del 28, risultando ultima della classe in Europa, addirittura dietro la Grecia. Tra i nove settori del mercato italiano che sono stati analizzati, l’unico promosso con 78 punti, è quello del gas. La ragione è duplice: da un lato il nostro indice è relativo, e i mercati gas sono relativamente poco liberalizzati nella maggior parte dei paesi europei. Dall’altro, la crisi ha ridotto la domanda, creando per converso un eccesso d’offerta che ha innescato, involontariamente, dinamiche competitive. Si avvicina alla sufficienza, ma la manca per un pelo, il settore del trasporto aereo, con 59 punti. In questo caso la liberalizzazione è trainata dall’apertura e dall’integrazione dei mercati europei e, paradossalmente, è stata agevolata dalla debolezza di Alitalia. Permangono però problemi a livello di politica aeroportuale e a causa della parziale ri-nazionalizzazione del vettore di bandiera. In coda classifica, dopo il settore televisivo, bocciato in toto con 0 punti, il penultimo in classifica è il mercato postale con 2 punti. Per quanto riguarda gli altri settori, quello dei treni si attesta a 36 punti, l’elettricità a 30, la telefonia a 26, il lavoro alle i carburanti a 8. Tutti i settori nei quali l’Italia ottiene valutazioni molto basse sono caratterizzati o dalla forte presenza pubblica, attraverso monopolisti o quasi-monopolisti controllati dallo Stato, oppure per un livello assai elevato di interventismo attraverso norme, regolamentazioni e imposte distorsive della concorrenza. Per questa ultima edizione, il rapporto include anche un saggio sull’evoluzione della regolamentazione nel settore delle professioni, che ci puoi dire su ciò? Siamo sempre il paese delle arti e corporazioni? Lo siamo e anzi, quei pochi passi avanti che erano stati fatti grazie alle “lenzuolate” di Bersani e ad alcuni provvedimenti del governo Monti sono stati messi in seria discussione. Penso in particolare al ritorno mascherato delle tariffe, al divieto del patto di quota lite e ai nuovi vincoli alle società di capitali nell’ambito delle professioni. Tutto questo è preoccupante non solo per l’effetto diretto della minore concorrenza, ma anche e soprattutto perché segna una feroce inversione di tendenza, che darà fiato anche a quanti si oppongono alle liberalizzazioni in settori ancora più retrivi alla concorrenza. Chiudiamo con qualche riflessione sulle regioni in cui viviamo, quelle meridionali: l’Indice analizza l’Italia ma la necessità di aprire al mercato, liberalizzando vasti settori ancora troppo chiusi, appare comune al Sud e Nord: Dove e Come innescare un processo virtuoso di crescita, Carlo? Il Sud ha grandi opportunità di crescita, sempre troppo sprecate, come il resto della Penisola. La politica dei trasferimenti al Sud non ha prodotto crescita ma corruzione. Ha favorito il clientelismo politico, imbrigliato la concorrenza e ostacolato la valorizzazione dei talenti. Degli oltre 43 miliardi di euro dei fondi europei 2007-13, ne abbiamo spesi pochi (il 22,6%) e male. Il capitale umano è alla base del progresso economico e civile. I punteggi Invalsi di uno studente meridionale sono di 4-6 punti percentuali più bassi della media. In questo senso riformare la scuola, introducendo forme di valutazione della performance di istituti e docenti e incentivando la concorrenza tra istituti pubblici e con istituti privati, è davvero la chiave di volta del rilancio del Sud. E’ necessario anche ridurre drasticamente la rete delle aziende controllate dalle Regioni. Gli obiettivi delle amministrazioni devono essere misurabili, e i loro atti resi pubblici in modo comprensibile a tutti. Un’opportunità per la Campania – e tutto il Sud – può derivare dalla gestione privata dei beni culturali. Non è possibile, infine, tollerare ancora la malagiustizia: ad esempio, aspettare oltre 5 anni (Salerno) o quasi (Messina) per la risoluzione di un contezioso civile. Per far crescere la dimensione fisica del mercato, creare condizioni favorevoli agli investimenti deve essere anche propedeutico al miglioramento della dotazione infrastrutturale. L’indice è disponibile al link http://www.brunoleonimedia.it/public/Indice_Libs/2013/Indice_2013-Summary-ITA.pdf


*BIOGRAFIA DELL’AUTORE Antonluca Cuoco Salernitano, nato nel 1978, laureato nel 2003 in Economia Aziendale, cresciuto tra Etiopia, Svizzera e Regno Unito. Dal 1989 vive in Italia: è un “terrone 3.0”. Attualmente si occupa di marketing e comunicazione nel mondo dell’elettronica di consumo tra Italia e Spagna. Pensa che il declino del nostro paese si arresterà solo se cominceremo finalmente a premiare merito, concorrenza e legalità, al di là di inutili, quando non dannose, ideologie. E’ referente campano per Italia Aperta e sostenitore dell’Istituto Bruno Leoni.