Industria 4.0: l’esperto, serve governo dei processi produttivi

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Roma, 8 mag. (Labitalia) – “C’è bisogno di politica in Italia. Di governo dei processi produttivi e sociali, in una fase di trasformazione radicale dei loro assetti su scala mondiale”. A sostenerlo, in un’intervista a Labitalia, Fabio De Felice, titolare dei corsi di Gestione dei progetti, di impianti industriali e di sicurezza industriale al dipartimento di Ingegneria Civile e Meccanica dell’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, che ha fondato un gruppo imprenditoriale focalizzato sulle tecnologie avanzate e sull’innovazione in generale come Protom, pmi d’eccellenza a cui quest’anno Confindustria ha assegnato il ‘Premio imprese per innovazione’ per aver investito con successo in ricerca e innovazione e, nel caso specifico, ha appena sfornato, insieme a Raffaele Cioffi e ad Antonella Perillo, un saggio su Industry 4.0: ‘Digital transformation in smart manufacturing’.

“Il Paese -sottolinea- ha bisogno di politica e le ragioni sono diverse, ma credo che, a motivare questa necessità, basti e avanzi il fenomeno della grande rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Si sostiene spesso che l’innovazione stenti a trovare spazio nell’industria italiana, a causa di un problema di trasferimento tecnologico. Vi è, cioè, una sostanziale difficoltà nel trasferire tecnologie avanzate dai produttori di conoscenza (quali università ed enti di ricerca, di natura prevalentemente pubblica) agli utilizzatori (le imprese). Per superare l’ostacolo interviene l’stm. L’acronimo sta per strategic technology management e indica la cinghia di trasmissione, la connessione tra questi due mondi che stentano a comunicare tra loro.

“Nell’attuale contesto competitivo -spiega- l’innovazione a base tecnologica è il fattore principale per il successo di un’impresa e, pertanto, quest’ultima non ne può fare a meno. L’innovazione radicale di prodotti e processi, in particolare, costituisce l’unica alternativa per le aziende che non possono competere sul basso costo dei fattori di produzione (manodopera e materie prime). Fare innovazione è però difficile e rischioso, soprattutto per le piccole e medie imprese, che hanno a disposizione risorse limitate e non possono gestire percorsi fatti di laboratori di ricerca, di strutture e processi dedicati all’esplorazione e alla generazione della conoscenza”.

“Impresa 4.0, con limiti e criticità, è comunque stata una riforma -fa notare- che ha prodotto vantaggi, inducendo un incremento significativo degli investimenti per la ricerca e l’innovazione dopo anni di arretramento. Per colmare il gap tra produttori e utilizzatori di conoscenza è peraltro fondamentale dare operatività e slancio ai due soggetti previsti a tal fine dal Piano governativo: i competence center e i digital innovation hub devono assolvere a un ruolo decisivo, quello di stimolare l’innovazione 4.0, attraverso la collaborazione fra ricerca e imprese e la formazione delle competenze per il lavoro e la fabbrica del futuro. Se il governo del paese non dovesse monitorare con rigore ed efficacia questa evoluzione, rischieremmo un drammatico declino, tecnologico e imprenditoriale. Dopo anni di ristagno della produttività, non possiamo consentirci ulteriori battute a vuoto”.

Ma come cambia la gestione del capitale umano nella fabbrica intelligente? “Sgombrerei il campo -continua- da timori infondati. E’ vero che le macchine intelligenti possono sostituirsi all’uomo in una serie di funzioni, non solo manuali. Ciò crea il problema di una percezione della realtà non conforme a quella reale. E’ un tema ben rappresentato anche da Martin Ford nel suo libro ‘Il Futuro senza lavoro’. La necessità dell’industria del futuro si volge quindi verso una richiesta di personale più specializzato e ‘maturo tecnologicamente’, con abilità e know-how informatici complessi e mirati”.

Tuttavia, prosegue, “come in ogni grande cambiamento, si possono vedere significative opportunità, dietro le ombre che ammantano il futuro nella percezione dei lavoratori”. “Di certo andremo incontro a una fase di forte cambiamento nella gestione del personale e del lavoro in genere. Ma, con attenti percorsi programmatici, sono personalmente convinto che molti lavori cambieranno e cambieranno in meglio, e quei lavori che ‘verranno persi’ saranno recuperati. Il bilancio lavorativo complessivo sarà certamente positivo”, sottolinea.

“La sfida di un modello di apprendimento -chiarisce- che non invecchi con la tecnologia è legata alla capacità logica di stabilire connessioni, saper scomporre e ricomporre i problemi. Questa capacità è specificamente riferita, in termini di industria 4.0, ai domini mets: mathematics, engineering, technology, science. In questo scenario è evidente che la componente delle competenze professionali ha un ruolo determinante, ancora più che nella old economy, nel cambiare il mondo del lavoro. Per affrontare queste sfida è indispensabile avviare percorsi formativi e di riqualificazione che di certo non possono seguire la lentezza che la formazione tradizionale impiega nel cambiare le proprie conoscenze e modalità di azione”.

“Alcuni percorsi formativi -sostiene- ritenuti indispensabili per interagire con il mondo del lavoro e con le macchine delle fabbriche moderne, oggi sono o possono essere superati dall’impiego dell’intelligenza artificiale. Gli assistenti virtuali (ormai sviluppati da ogni grande player della digital economy) consentono di sopperire a carenze formative mediante l’acquisizione di instant skill nell’uso delle lingue come di tooling per la gestione di un macchinario. Questo cambiamento, che, come è nella natura umana, spaventa sempre, a mio avviso, aprirà porte e spazi inimmaginabili nell’interazione tra uomo e macchina; spazi che oggi, seguendo lo schema di pensiero tradizionale, noi non riusciamo neanche a tracciare”.

“La nuova rivoluzione industriale, la digitalizzazione delle fabbriche -dice De Felice- costituisce anche una grande opportunità per aumentare la competitività delle aziende nell’ottica di quella che attualmente viene definita economia digitale. L’economia digitale, tema centrale del Business 20, ovvero del Forum attraverso cui le imprese e loro associazioni, producono raccomandazioni di indirizzo per l’incontro annuale del G20, si sta affermando quale fattore abilitante orizzontale, superando i confini dell’automazione e della meccanica per raggiungere e integrare altri settori della manifattura (foodtech, design, industrie creative, finanza, elettromobilità e smart cities), contribuendo a ridurre le distanze fra filiere nonché a crearne di nuove”.

“L’economia digitale -sostiene- abbatte le barriere della prossimità fisica, non più necessaria per costruire filiere vincenti. Cambiare l’approccio al cliente: è questa la sfida a cui le aziende sono chiamate. L’annosa diatriba sulla taglia ‘giusta’ dell’impresa di successo non ha più senso nel 2018, così come dimostrato durante il Consumer electronics show di Las Vegas (CES 2018), dove dentro a un unico immenso capannone si è realizzata la coesistenza tra giganti dell’Itc e microimprese ultra specializzate. Metafora di un mercato globale in cui in un certo senso tutti sono piccoli, fragili di fronte all’imprevedibilità che lo domina. Si diventa grandi se si hanno buoni partner: gli strumenti per fare rete (o ecosistema) sono sempre più democratici. Nel B20 il modo come i processi di trasformazione digitale possano contribuire al rafforzamento dei partenariati tecnologici e degli investimenti rappresenta un tema di grande attualità.”

“Sicuramente -continua- in Germania esistono da tempo linee strategiche, progetti, risorse, imprese impegnate in industry 4.0 leader come dimensioni, investimenti e qualità dei progetti, global player. L’Italia è più indietro, ma ci sono settori e alcune best practice già presenti sul territorio, in collaborazione proprio con la Germania (imprese meccaniche dell’Emilia Romagna grandi clienti dei big dell’industria tedesca). Nei settori trainanti del made in Italy, esperienze incoraggianti arrivano da diverse imprese, in primis, dalle pmi di meccanica strumentale, in cui vengono introdotte e implementate le best practices dello smart manufacturing e della digital fabrication. Lo evidenzia anche l’ultimo Rapporto Export di Sace”.

“Il testo, oltre a fornire esempi virtuosi a livello internazionale nell’adozione di soluzioni Smart manufacturing per far fronte alle mutate esigenze del mercato e dei consumatori, vuole aprire una riflessione -precisa- su come i ruoli nella scala sociale e nell’economia tradizionale si vadano sempre più confondendo e gli uni contaminino gli altri. Pertanto il consumatore, di norma ‘elemento anelato’ nella catena del valore da tutte le realtà produttive e ‘fine ultimo’ di tutti gli sforzi commerciali e produttivi, oggi entra anche lui nella definizione dei processi produttivi, non marginalmente e, come sempre fatto, orientando ed esplicitando le proprie scelte, ma attraverso la continua interazione con la rete, trasferendo, ad ogni sua azione, input diversificati che, letti direttamente dalla smart production, cambiano non solo i volumi di produzione o il mix produttivo, ma lo stesso prodotto. La mass customization realizzata dal consumer mediante la propria capacità di poter interagire direttamente sul processo produttivo, cambierà il modo di vedere il mercato, i processi, gli ecosistemi e la produzione stessa”.