Industria 4.0: Protom, al B20 le sfide da affrontare

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Buenos Aires, 4 ott. (Labitalia) – Quali le sfide delle imprese mondiali nell’era dell’industria 4.0? Questo il tema che si discute oggi e domani in Argentina, a Buenos Aires, al B20, il business forum del G20, nel corso del quale i rappresentanti delle imprese presenteranno quelle che sono le proposte ai governi. Tra i rappresentanti italiani l’imprenditore Fabio De Felice, docente universitario di ingegneria degli impianti industriali e fondatore e presidente di Protom, azienda leader nel mondo della consulenza per l’industria 4.0, che ha il suo quartier generale a Napoli e Milano, che quest’estate ha acquisito la Ambra Solutions in Brasile.

Con cuore operativo in Italia a Milano e Napoli, uffici in Francia e Brasile, Protom è un’azienda di consulting e system integration che punta ad essere per i propri clienti un ‘change manager’ in grado di fornire prodotti e servizi che possano supportarli nella progettazione e nella realizzazione di cambiamenti strategici.

“Digital skill, potenziamento delle infrastrutture per implementare la global connectivity -spiega, in un’intervista a Labitalia, Fabio De Felice- e capacità di utilizzare le tecnologie per ridisegnare i processi produttivi in chiave Industry 4.0: questi sono i pilastri della rivoluzione digitale che, oggi, non è più parte di uno scenario futuribile, ma un presente concreto. Come rappresentante di una pmi italiana ad alta vocazione tecnologica e innovativa, sento particolarmente vicino a me le criticità legate all’esistenza di un persistente gap in termini di competenze digitali, che per l’European commission prima e per il B20 poi è diventata un focus primario. È proprio da un sondaggio della Commissione europea, infatti, che è emerso un dato allarmante: ad oggi il 44% della popolazione europea non possiede le skill di base”.

“In Italia -fa notare- questo gap strutturale si aggrava a causa di un atavico problema legato alle sostanziali difficoltà riscontrate nell’ambito del trasferimento tecnologico, che rendono particolarmente complesso e farraginoso il processo di trasferimento delle tecnologie avanzate dai produttori di conoscenza (quali università ed enti di ricerca, di natura prevalentemente pubblica) agli utilizzatori (le imprese). E’ necessario, dunque, da un lato operare sui giovani, nuove leve del mercato del lavoro, per le quali l’acquisizione di competenze digitali dovrà diventare parte del percorso di formazione scolastica, sin dalle elementari. Dall’altro lato, ci si dovrà concentrare sull’aggiornamento di skill e competenze per coloro i quali sono già nel mondo del lavoro. È questa una tematica di vitale importanza, dirimente rispetto alla possibilità di ridurre ineguaglianze sociali e disoccupazione”.

“Per ottenere risultati tangibili -suggerisce- in tempi compatibili con quelli della rapidissima evoluzione tecnologica a cui assistiamo, vanno implementati sistemi di stm, ossia di strategic technology management che favoriscano la connessione tra i produttori della conoscenza e le imprese, realtà che stentano a comunicare tra loro”.

“E’ inoltre auspicabile -continua Fabio De Felice- che le imprese, e in particolare le pmi, assumano una sempre maggiore consapevolezza della necessità di investire in innovazione e digitalizzazione, non esclusivamente dal punto di vista infrastrutturale ma puntando soprattutto sulla formazione delle competenze delle proprie risorse. Soprattutto per realtà in cui è difficile competere sul basso costo di materie prime e manodopera, come sono le pmi italiane, puntare sulla valorizzazione di competenze capaci di favorire l’innovazione di processi e prodotti è vitale”.

“E’ indubbio -chiarisce- che si debba intervenire sulle infrastrutture che rendano possibile la rivoluzione digitale (proprio il B20 ha rilevato come attualmente il 95% della popolazione mondiale si coperta almeno da una rete 2G, e solo il 69% abbia accesso a tecnologie superiori al 3G), ma prima ancora si devono formare competenze che possano trasformare la tecnologia in valore per l’economia e per la società nel suo complesso. La rivoluzione digitale, lungi da quanto i più pessimisti possono immaginare, non sostituirà il lavoro delle macchine a quello umano ‘tout court’. Ma indubbiamente segna la fine del mercato del lavoro per come lo conosciamo oggi: alcuni mestieri scompariranno, altri nasceranno, altri ancora cambieranno le proprie vesti. La sfida è formare risorse con una maggiore maturità tecnologica”.

“E per fare ciò -spiega De Felice- vanno attuate in tempi rapidi approcci diversi innanzitutto nell’ambito dell’istruzione. Sta ai governi trasformare le necessità di noi imprenditori in percorsi di crescita e sviluppo dei talenti. Il modello tailandese, oggi, rappresenta un esempio virtuoso in questo senso: il governo locale, infatti ha promosso un sistema di ‘lifelong learning’ implementando digital center in 3.600 comunità, gestiti e monitorati da uno strategic talent center, a cui è affidato il compito di far incontrare competenze specializzate in ambito scientifico e tecnologico con i bisogni del mondo imprenditoriale”.

“Né va dimenticato -osserva- che la digital trasformation vuol dire anche necessità di valorizzare le cosiddette soft skills: prima ancora di imparare ad utilizzare i ‘tool’, dobbiamo fortificare un modello di apprendimento fondato su le capacità di pensiero critico e laterale, di problem solving, sulla creatività. Declinate correttamente nei domini della matematica, dell’ingegneria, della scienza, queste competenze costituiscono un potenziale enorme”.