Infarto, nel Lazio progetto ‘taglia’ rischio

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Roma, 24 ott. (AdnKronos Salute) – Ogni anno nel Lazio si verificano 11 mila i ricoveri per infarto miocardico acuto. Ma un progetto per migliorare la gestione clinica dei pazienti a rischio più elevato ha consentito di ridurre i ricoveri. L’esperienza realizzata nella Regione Lazio è stata presentata oggi a Roma in occasione della seconda edizione di Meridiano Cardio ‘Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia’ promosso da The European House-Ambrosetti.

“Nel Lazio si verificano ogni anno 11 mila ricoveri per infarto miocardico acuto con una mortalità a 30 giorni che nel 2017 si è attestata intorno al 7%, in calo ormai da molti anni – ha ricordato Furio Colivicchi, direttore Uoc di Cardiologia, ospedale San Filippo Neri di Roma – Le rilevazioni sistematiche nella regione sono iniziate agli inizi di questo secolo, quando i valori erano decisamente più alti, intorno al 15%. Questa diminuzione è merito dell’implementazione delle terapie di rivascolarizzazione, dell’uso della angioplastica primaria e, per alcune forme di infarto, della trombolisi”.

“Purtroppo – ha aggiunto Colivicchi – nella fase cronica le cose non vanno altrettanto bene. La mortalità dal trentesimo giorno alla fine del dodicesimo mese non si è ridotta molto negli ultimi anni e si attesta ancora su valori superiori al 12%, analoghi a quelli del 2009”. Un mancato miglioramento che dipende da svariate cause – secondo gli esperti – per esempio dall’invecchiamento della popolazione per cui l’infarto colpisce pazienti sempre più anziani, con conseguente aumento della mortalità nel medio periodo, ma dove un ruolo rilevante è senza dubbio giocato dalle difficoltà nella gestione della prevenzione secondaria. In alcune regioni italiane, fra cui il Lazio, si è cercato di dare una risposta a queste difficoltà con interventi volti e migliorare la presa in carico dei pazienti in prevenzione secondaria.

“Il tentativo che abbiamo fatto è stato quello di organizzare un po’ meglio le risorse umane e strutturali di cui disponiamo – ha spiegato Colivicchi – Abbiamo creato degli ambulatori ospedalieri che potessero prendere in carico i malati con il profilo di rischio più alto (e quindi con una maggiore probabilità di avere un ulteriore episodio cardiovascolare grave nel breve periodo) e che potessero collaborare con le strutture del territorio, cardiologi ambulatoriali e medici di medicina generale, nel gestire tutti gli altri pazienti, cioè quelli con problemi meno gravi”. Obiettivo del progetto della sanità laziale è intervenire sul rischio residuo, vale a dire il rischio che chi ha subito un evento cardiovascolare ha di andare incontro a un nuovo episodio. Nella gestione di questi pazienti è essenziale il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare.

“Fra i molti elementi che concorrono al rischio residuo, uno è senza dubbio rappresentato dalla gestione non ottimale della ipercolesterolemia – ha ricordato Colivicchi – Il colesterolo ha un ruolo centrale nella genesi e nella progressione della malattia cardiovascolare, ma è anche uno degli elementi che è stato gestito in maniera più frammentaria e meno adeguata alle reali necessità. Questo scenario si è delineato nonostante si disponga di farmaci molto sicuri e molto efficaci come le statine e l’ezetimibe, e, più recentemente, di nuovi farmaci, come gli inibitori del PCSK9. Il tentativo è stato dunque quello di creare dei percorsi di sicurezza per la presa in carico del paziente. Ciò significa valutarlo adeguatamente e stratificare il rischio in modo da ritagliare una terapia specifica personalizzata. Il tentativo è quello di arrivare a una medicina di precisione. Tutto ciò richiede però la collaborazione di tutte le diverse componenti del sistema sanitario, quali l’ospedale, la struttura specialistica territoriale e la medicina generale”.

Un approccio, quello messo in atto nella regione Lazio, che comincia a dare i primi frutti. I pazienti seguiti all’interno del progetto presentano un miglior profilo clinico complessivo e sembrano presentare una riduzione dei nuovi eventi. “Quello che abbiamo registrato – ha concluso Colivicchi – sono una riduzione dei nuovi ricoveri e una migliore gestione complessiva: i pazienti sono più aderenti alla terapia, non la interrompono in maniera improvvisa e incongrua. Sono degli endpoint surrogati che però ci dicono che con ogni probabilità questo gioverà anche sulle aspettative di vita”.