Infrastrutture, focus di Sace: Dalla crisi globale alla pandemia spesa contratta del 2.8% annuo

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(Imagoeconomica)
Un’adeguata ed evoluta dotazione infrastrutturale costituisce un asset strategico per l’economia di un Paese ed è, al tempo stesso, una condizione necessaria per il pieno sviluppo delle sue potenzialità, sia economiche sia ambientali. La storia recente evidenzia un’Italia dove gli investimenti in infrastrutture si sono costantemente ridotti nel tempo. Una performance che poneva il Paese un passo indietro rispetto ai principali paesi europei. Dalla Crisi Finanziaria Globale fino alla pandemia, la spesa italiana per infrastrutture si è contratta in media del 2,8% l’anno (5 volte il tasso a cui è decresciuto il Pil nello stesso periodo), passando dai €65,3 miliardi del 2008 ai €45,3 miliardi del 2021; questa dinamica è stata comune, sebbene in misura meno accentuata, anche all’Eurozona, con Spagna e Grecia a segnare le maggiori contrazioni. È quanto emerge dal focus, basato su uno studio realizzato da Oxford Economics in esclusiva per Sace e su alcune pubblicazioni del Centro di Ricerche Economiche, Sociologiche e di Mercato nell’Edilizia (CRESME), di Sace sulla situazione infrastrutturale italiana. La flessione è stata più marcata nella prima parte del periodo in esame a causa principalmente di una minore capacità di spesa legata agli effetti delle crisi finanziarie che si è altresì riflessa in una contrazione degli investimenti infrastrutturali. Sul finire del primo ventennio del secolo, grazie anche al c.d. Piano Juncker, ai nuovi impulsi dati dai governi europei all’economia e a un ritorno dell’interesse per le grandi opere e delle partnership fra pubblico e privato, la produzione infrastrutturale ha intrapreso quel sentiero di crescita che caratterizzerà anche il futuro post-pandemico del settore.
 
Trasporti
I trasporti, prosegue il focus, sono una delle motrici infrastrutturali e le strade ne rappresentano la prima modalità, soprattutto nelle aree rurali – e in misura minore in quelle suburbane – che contraddistinguono buona parte del territorio italiano. Anche per tale motivo negli ultimi decenni sono state destinatarie della maggior parte degli investimenti infrastrutturali (circa il 40% su tutto l’arco temporale). Porti, aeroporti e ferrovie sono, invece, i comparti che hanno mostrato maggior resilienza fra il 2016 e il 2021. Il sopraggiungere della crisi pandemica ha segnato una nuova battuta d’arresto nella crescita degli ultimi anni – nonostante i cantieri non si siano mai completamente fermati – anche a causa delle difficoltà di approvvigionamento dei materiali. Le misure di stimolo del governo e le risorse europee hanno, quindi, fatto ripartire e, anzi, daranno un’ulteriore accelerazione alle attività del settore anche nei prossimi anni. L’Italia risulta, in valore assoluto, il principale destinatario dei fondi europei del NGEU, declinati in larga misura in investimenti (e riforme) nel settore delle infrastrutture secondo il PNRR. Tali risorse avranno ricadute positive anche su settori dell’economia italiana che non ne sono direttamente destinatari (come manifattura e servizi). I fondi e le riforme messe a disposizione dalla Ue si inseriscono in un più ampio contesto di investimenti nel settore da parte del governo, che potrà contare anche sulle risorse provenienti dal Fondo complementare e dallo scostamento di bilancio. L’aumento atteso degli investimenti in infrastrutture segna un cambio di passo evidente rispetto al passato e permetterà al Paese di sanare alcune criticità e ritardi infrastrutturali e innescare un circolo virtuoso a beneficio della competitività delle nostre imprese e dell’economia nel suo complesso.
 
Le ricadute
Le risorse allocate per lo sviluppo infrastrutturale genereranno, inoltre, ricadute positive in diversi settori dell’economia italiana, sia in fase di costruzione sia successivamente attraverso l’utilizzo di infrastrutture più moderne, più efficienti e sostenibili: la spesa per investimenti in infrastrutture e mobilità di competenza del MIMS genererà, infatti, l’attivazione – diretta e indiretta – di valore aggiunto nel sistema produttivo per un valore pari a circa €37,8 miliardi (+2,4% rispetto a uno scenario senza tali investimenti inclusi nel PNRR) e un tasso di ritorno aggregato pari al 63%, che salirà a circa il 77% per gli investimenti in costruzioni, fino a toccare il valore massimo per quelli in ricerca e sviluppo (88%). Le nostre imprese del settore potranno, inoltre, cogliere, non solo in Italia, ma anche all’estero, le opportunità derivanti dai fondi europei e di quelli messi a disposizione dai vari governi in tutto il mondo per dare slancio ai rispettivi sistemi infrastrutturali: nel 2021, infatti, il fatturato mondiale del settore è cresciuto del 5,6% (sopra i $5 trilioni) – trainato soprattutto dalla domanda asiatica (42% del totale mondiale, di cui oltre la metà della sola Cina) – e continuerà anche nei prossimi dieci anni (+3,2%). Tale crescita globale sarà trainata dall’edilizia residenziale, mentre sarà meno accentuata la dinamica relativa a lavori di ingegneria civile e soprattutto di edilizia non residenziale, quest’ultima attesa tornare ai livelli pre-pandemici solo nel 2024. Questi sviluppi apriranno spazi di crescita per le nostre imprese, sia nei mercati più vicini (come Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), sia in geografie più distanti come ad esempio Indonesia, Vietnam, Messico, Colombia e Arabia Saudita. Nel prossimo decennio la spesa in infrastrutture italiana è attesa crescere in media dell’1,7% l’anno, un tasso superiore alla media dell’eurozona (+1,5%), ma soprattutto nettamente al di sopra delle previsioni pre-pandemia (+0,9%). La crescita sarà più accentuata nel periodo 2021-2026 (+2,6%), per diventare meno intensa nel quinquennio successivo (+0,9%) per un effetto combinato di una minore spesa pubblica e di una riduzione della forza lavoro dovuta all’invecchiamento della popolazione.
 
Spesa in crescita
La crescita attesa della spesa in infrastrutture supererà, nel periodo in esame, quella prevista per il Pil, grazie agli ingenti fondi a disposizione, alle riforme attuative previste e, non da ultimo, alla rinnovata fiducia sia nazionale che estera. Tale dinamica si riflette, conseguentemente, anche sul rapporto spesa per infrastrutture/Pil che nei prossimi dieci anni si attesterà in media al 2,8% (rispetto al 2,3% medio del periodo 2015-2021), raggiungendo alla fine dell’orizzonte previsivo il 3%. Porti, aeroporti e ferrovie saranno il comparto che crescerà maggiormente nel prossimo quinquennio (+3,8% in media l’anno), seguiti da infrastrutture per l’energia elettrica e il gas (+3,2%), trainati dalla spinta al green e alla transizione energetica, in una logica di accrescimento della tecnologia impiegata negli ambiti efficienza, sicurezza e sostenibilità ambientale. Dalle direttrici ferroviarie Verona Brennero e Napoli-Bari al porto di Genova, dal nuovo hub aeroportuale di Brescia ai nuovi impianti eolici offshore della Sardegna, gli sviluppi infrastrutturali coinvolgeranno tutto il territorio italiano. Non mancheranno le sfide per le imprese coinvolte, direttamente e indirettamente, nella realizzazione di queste opere, in un contesto che ha registrato negli ultimi anni una riduzione – e contestuale concentrazione – del numero delle società attive nel settore e, negli ultimi mesi, un incremento dei costi e delle difficoltà di approvvigionamento di materie prime energetiche e industriali avviato dal mismatch domanda-offerta da metà del 2021 ed esacerbato dallo scoppio del conflitto in Ucraina.