Ingv, dal sisma del 2012 nuove indicazioni sulla geochimica dei terremoti

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L’analisi della geochimica dei gas del suolo in aree sismicamente attive rappresenta uno strumento efficace per individuare faglie sepolte (non visibili in superficie) e fornisce un importante contributo nel discriminare la migrazione del gas legata all’attivita’ sismica. A questi risultati e’ giunta una ricerca, iniziata nel 2012 e durata circa 3 anni, condotta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, in collaborazione con il Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra dell’Universita’ degli Studi di Ferrara.
Lo studio, pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature, ha identificato e misurato, per la prima volta, un marcato incremento (fino a tre ordini di grandezza) delle concentrazioni di metano (CH4), idrogeno (H2) e anidride carbonica (CO2) nei suoli, durante la sequenza sismica del 2012, rispetto ai valori pre-sisma. “L’incremento delle concentrazioni durante il terremoto e nei mesi successivi”, spiega Alessandra Sciarra, ricercatrice INGV e primo autore del lavoro, “e’ stato favorito dalla dilatazione crostale legata all’attivita’ sismica che ha permesso la risalita di geogas verso la superficie. Le concentrazioni anomale di gas hanno evidenziato una faglia sepolta in direzione est-ovest che collega 3 zone con assenza di vegetazione ed emanazioni gassose, note come macroseeps”. E’ infatti noto in letteratura che i terremoti e la conseguente deformazione crostale possano alterare le proprieta’ idrauliche dei suoli, come porosita’ e permeabilita’, favorendo la migrazione di fluidi lungo vie preferenziali, a causa delle variazioni di pressione e temperatura.