Intellettuali e falsi cristiani che nascondono la verità per amore dello spettacolo

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Ci sono uomini che pongono se stessi al di sopra di quel che hanno trovato e propongono o del messaggio che hanno accettato e del quale dovrebbero essere i testimoni ed i comunicatori. Ci sono altri che privilegiano quel che hanno trovato e scritto o il messaggio che hanno accettato. Il mondo attuale, anche per la sua fortissima tendenza alla spettacolarizzazione, è pieno di uomini della prima categoria, mentre rari sono quelli della seconda. Georges Bernanos, che apparteneva a questa seconda categoria, riteneva che suo compito fosse quello di far meditare i lettori intorno ai problemi fondamentali e non alienarli con artificiosi pensieri di moda. Ma il mondo attuale non vuole che si pensi e si mediti intorno ai problemi fondamentali del vivere e premia a più non posso coloro che un giorno hanno espresso cose autentiche o hanno accettato un messaggio autentico. Ciò per limitare o addirittura nascondere quel che ostacola il suo vivere materiale. La storia ci presenta uomini che dopo lusinghe e torture continuarono ad essere fedeli alla verità nella quale credevano e preferirono essere uccisi invece di tradirla. La cronaca invece ci presenta tanti che per onorificenze o “prebende”, come avrebbe detto Soren Kierkegaard, tradiscono anche quel che li ha resi noti. Dopo l’opera di Julien Benda, pubblicata nel 1927 e dedicata al tradimento degli intellettuali, si è spesso parlato della continuazione di questo tradimento, che ha sempre più diminuito l’importanza degli stessi intellettuali. Ma non si è mai parlato abbastanza dei docenti che, dovendo far conoscere il vero, il bello, l’hanno tradito avvicinando alla barbarie; e di coloro che, pur dicendosi e pur pretendendo di essere cristiani, hanno contribuito alla scristianizzazione dei nostri paesi. Gli uomini di oggi bramano sempre più messaggi autentici che diano alimento al loro animo e senso e orientamento al loro vivere. Ma, per lo più, trovano invece uomini che si mettono al di sopra dei messaggi che dovrebbero comunicare e li limitano, quando non li nascondono con superficiali ed effimere spettacolarizzazioni. Potrebbe sembrare che Giacomo Leopardi ponesse la gloria, conseguenza di un altissimo messaggio, al di sopra di questo. Se fosse vero sarebbero giustificati coloro che per aver notorietà, onori e guadagni dimenticano lo stesso messaggio che li ha fatti conoscere. Nella sua vita Giacomo Leopardi non ebbe onori, né guadagni e gloria. Questa l’ha avuta e la mantiene per aver rivelato, in modo sublime, verità sul vivere, come quello che tutto passa al mondo e quasi ormai non lascia. Passa il contingente, passa l’effimero, resta però l’essenziale e resta il vivente. Tentativi di porre Giacomo Leopardi al di sopra della sua opera non sono mancati, né mancano. Ma non hanno mai nascosto l’immortale giovinezza di Silvia, il lieto volare del passero, la contentezza del “legnaiuol” che sta compiendo la sua opera, prima della venuta dell’alba. Diciotto secoli prima, un altro grande poeta, Orazio, aveva scritto che con la sua opera aveva eretto un monumento più duraturo del bronzo e chiesto per sé un alloro. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe venuto un tempo in cui si sarebbe tentato di metterlo al posto della sua opera, affinché questa non alimentasse più l’animo degli uomini.