Intelligenza artificiale, un editore italiano su quattro contattato per dare contenuti in licenza

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Più di un editore italiano di libri su quattro, il 27,7%, è stato contattato per dare in licenza i contenuti delle opere pubblicate alle aziende che sviluppano Large Language Models, ovvero i sistemi di Intelligenza Artificiale in grado di comprendere e rispondere in linguaggio naturale, come ChatGpt, Gemini o Claude. Ma prevale la prudenza: solo il 3,7% di questi ha concluso uno o più contratti di licenza, mentre il 37% ha già escluso di concedere la licenza e il 59,3% sta valutando il da farsi. Il dato è contenuto nella prima ricerca sistematica realizzata in Italia sull’uso di strumenti di intelligenza artificiale nelle case editrici e che è stata presentata oggi a Più Libri Più Liberi durante l’incontro ‘L’intelligenza artificiale in casa editrice: per fare cosa?’.

Tre editori su quattro, il 75,3%, dichiarano di utilizzare strumenti di IA. Tra i grandi editori, oltre i 5 milioni di euro di vendite annue, la percentuale di chi usa strumenti di IA è del 96,2%. Mentre per gli editori tra uno e cinque milioni si scende al 75%, 66,7% per gli editori da 500mila a un milione di euro, 63,6% per gli editori da 100mila a 500mila euro, 62,5% per gli editori sotto i 100mila euro. Tra chi impiega strumenti di IA, il 67,1% lo fa per la realizzazione di materiali per ufficio stampa e comunicazione, il 67,1% per la redazione di paratesti e metadati, il 50,7% per copertine e illustrazioni, il 49,3% per editing, revisione bozze e traduzioni, il 31,5% per attività amministrative o operative, il 21,9% per l’accessibilità, il 19,2% per attività commerciali come previsioni di vendita e analisi di dati. Inoltre, il 17,8% utilizza l’IA per lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi come software educativi interattivi (infatti lo fanno la metà degli editori scolastici) e servizi e software su banche dati (riguarda il 33% degli editori professionali).

Quanto alle preoccupazioni che l’IA alimenta per il futuro, il 63,9% del campione cita la tematica della revisione dei contratti, i rapporti con i collaboratori, la gestione dei diritti. Il 58,8% indica la violazione del copyright da parte delle aziende che gestiscono i Large Language Models nelle fasi di addestramento, il 50,5% le allucinazioni generate dall’IA, il 46,4% il fatto che i sistemi di IA siano addestrati con dati imprecisi, falsi o distorti, il 44,3% il tema di come proteggere il materiale generato con l’IA, il 42,3% la difficoltà a stare al passo con i rapidi cambiamenti, il 39,2% le difficoltà a spiegare agli autori in che modo le loro opere sono protette, considerando che le condizioni delle piattaforme di IA sono poco chiare, il 32% la proliferazione del self publishing prodotto da IA, il 16,5% l’impatto sull’organizzazione interna della casa editrice, il 16,5% la sfiducia nelle aziende che sviluppano IA, il 16,5% il dover prevedere investimenti considerati eccessivi. Solo il 6,2% non ha alcuna preoccupazione. All’indagine hanno partecipato 97 editori, per un totale di 184 marchi editoriali coinvolti.

“Lo sviluppo delle IA ci vede impegnati prima di tutto accanto ai nostri partner europei per ottenere una legislazione chiara ed efficace a tutela del diritto d’autore, ma al contempo monitoriamo l’adozione di strumenti di IA da parte delle imprese per sostenerle in questo processo – ha commentato Innocenzo Cipolletta -. Il gap a sfavore degli editori più piccoli ci conferma che sono necessarie politiche industriali pubbliche che permettano a tutti di cogliere le opportunità delle nuove tecnologie, anche a chi ha risorse economiche limitate”. “Gli strumenti di IA sono entrati diffusamente nei flussi di lavoro delle case editrici a più livelli – ha spiegato Andrea Angiolini -. Come associazione supportiamo tutti gli editori in questo momento di forte innovazione, fornendo innanzitutto la formazione necessaria per cogliere le opportunità delle nuove tecnologie evitando i rischi collegati a un’adozione acritica”.