Interpretazione, oh cara!

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Cento metri di coda di turisti, tutti in fila, pazienti e silenziosi e pieni d’aspettativa. Un  contrasto stridente con la vivacità acustica di via Toledo tra pizzetterie, yougurterie, gelaterie e tutte le “erie” che stanno trasformandoci in un popolo di obesi ruminatori a qualsiasi ora del giorno e della notte. E’ l’ultima domenica d’esposizione della mostra “Le mille luci di New York”, e la coda è davanti Palazzo Zevallos di Stigliano. Un tuffo nella vivacità culturale degli anni ottanta che, critica più critica meno, resta un momento d’ineguagliabile effervescenza artistica che a doppio filo legò New York a Napoli. Tra Piazza dei Martiri a Napoli e il Palladium di New York Andy Warhol e Keith Haring veleggiavano avvolti da un aura artistica ed estro di rottura che non poteva che raccogliere proseliti specie in una città come Napoli. E poi Clemente e la transavanguardia, Basquiat, noto anche ai disinformati per il legame con Madonna, e la sua fine immatura. Cè anche Shnabel che diventò il narratore di quell’epoca. Non manca nulla. Il materiale è molto più che interessante e prezioso, e la gente accorre. Saliti al primo piano dello storico edificio finalmente le opere: ordinati per autore, pochi significativi pezzi, due guide con gruppetto al seguito, tanti turistifaidate. Si può parlare di successo? Forse. In un angolo un televisore trasmette una coinvolgente narrazione delle opere e degli autori. Alcuni visitatori si staccano dai gruppi e si accalcano davanti allo schermo dove la voce narrante accompagna foto, ritratti e atmosfere create anche da un ottima scelta di musiche. Purtroppo la voce delle guide copre quasi del tutto il volume della registrazione, le sedie sono poche e sistemate senza un preciso studio. Strano, sarebbe bastato il video per decretare un successo. Davanti alle opere si passeggia, lo sguardo è indifferente, la narrazione non coinvolge l’emozione è assente.
Eppure le opere di cui si parla sono li, appese al muro a meno di 10 metri dallo schermo che però fagocita l’attenzione della maggior parte delle persone. Attenti e protesi verso gli
altoparlanti per cercare di non perdere neanche una parola di una magia raccontata, i
turisti ricevono da racconto-musica-immagini molto di più che dalle opere stesse e dalla
narrazione di guide senz’altro competenti ed esperte. “Okay, Houston, we’ve had a
problem here”. La soluzione ha un nome: interpretazione. Proprio qui, in Italia come
altrove, con la differenza che nei paesi anglosassoni l’uso corretto di questa tecnica è
semplice e banale routine. Le opere di Warhol e Basquiat esposte separatamente, senza
legami, non raccontano il forte rapporto di Warhol con il giovanissimo artista che riuscì a
riportarlo alla pittura lasciandosi convincere ad usare la serigrafia nelle proprie opere. La
scelta di mostrare le opere nella stessa mostra è tradita dalla pochissima evidenza del
rapporto che le lega. Senza interpretazione, in un unico luogo si leggono più mostre, una
per artista, tutti insieme non appassionatamente ma solo perché vissuti nello stesso
periodo. Ad ogni artista i propri venti metri quadri d’esposizione, e se il pubblico
attraverso il filmato riesce ad leggerli come tasselli di un unico periodo bene, altrimenti
che goda delle singole opere e amen.
Probabilmente la mise en place della mostra è stata condizionata anche dal fatto che
l’ingresso di bassissimo costo e per alcuni, e gratuito per i clienti della banca non
garantisce introiti tali da supportare un esposizione diversamente articolata. Un vecchio
adagio diceva “ senza soldi non si cantano messe” e forse, un fondo di ragione gli antichi
lo avevano. Appare evidente che il ricavo, con il regime di prezzi stabilito per le mostre,
sia per l’istituto quasi nullo. La conseguenza è poca riserva economica per le esposizioni.
Se il biglietto d’ingresso fosse stato adeguato ad altre esposizioni simili nel mondo anche
l’allestimento avrebbe potuto giovarsene, ma sempre se strutturato sulle tecniche
d’interpretazione. A corredo delle opere, disposte anche in modo da garantire la veloce
comprensione dei rapporti tra gli artisti (e questo non ha costi), musica, ambientazione
per integrare l’opera dal vivo, uno spazio acusticamente protetto per i video e le
proiezioni. Che tutti i matematici ed esperti di teoremi si scandalizzino pure, azzardiamo
pure una sorta di matematica proprietà transitiva: se l’allestimento dipende dal guadagno
ed esso dipende dal costo del biglietto, e ancora il costo del biglietto dall’uso
dell’interpretazione, si può facilmente dedurre che il guadagno dipende
dall’interpretazione. Et voilà. Un concetto semplice che risulta, a noi italiani, ostico nell’applicazione pratica.