Intervista con il libro “Quale politica economica?” di Massimo Lo Cicero

35

“La politica economica non convenzionale di Mario Draghi è riuscita a tenere unita l’area dell’euro, ma l’Italia non ha messo in campo una politica economica tale da riunire il Mezzogiorno al Centro Nord e all’Italia di mezzo: Rilanciare la crescita è possibile se il Sud tirrenico scopre di essere parte attiva della “virgola di Ponente”, che lega Campania e Piemonte a un unico orizzonte sistemico. Per L’Italia non c’è altra prospettiva che portare in Europa la voce di un Paese più credibile e più affidabile”. Interrogato a dovere, l’ultimo libro di Massimo Lo Cicero (Quale politica economica? Guida Editori) ha molte risposte e proposte da avanzare. Anche in merito a quello che non funziona nel Masterplan a parere di Lo Cicero Il sudonline.it ha “intervistato” il volume (risposte vere su domande “costruite” ad arte) che è stato presentato a Capri sabato 27 agosto a Palazzo Cerio, in un incontro con Vincenzo Boccia, da quattro mesi presidente di Confindustria.

La crisi alle nostre spalle, dopo il 2008, ha messo in luce gravi debolezze nella struttura e nelle istituzioni di alcuni paesi partecipanti all’Unione economica e monetaria, che hanno mostrato da allora un calo considerevole del reddito reale pro capite. Perché questo è accaduto?
L’Unione europea ha registrato una convergenza reale grazie al recupero del divario nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Mentre nei 12 Paesi che aveva adottato l’euro non c’è stato un processo analogo. Come in una matrioska, l’Europa si divide tra i Paesi con e senza l’euro, ma con un mercato comune ed una fiscalità bassa e una flessibilità accentrata.

E in questo contesto l’Italia è uno dei Paesi che soffre di più. Nel 2011 il pil era pari a 1.613 miliardi di euro. Nel 2012 si è ridotto del 2,8%. Nel 2013 dell’1,7%.Nel 2014 dello 0,34. Sembra la corsa del gambero…
In tre anni prima del 2015 abbiamo perso il 4,9% del Pil. Nel 2015 il pil italiano ha ripreso molto moderatamente a crescere: 0,8%. Siamo giunti cioè a 1.547 miliardi di euro. Mancano ancora 4 punti percentuali per tornare al 2011.

Questa l’anamnesi. E la diagnosi?
L’Italia invece ha troppa spesa pubblica e troppe tasse… Ed è molto rigida nelle strutture. Si divide in un Centro Nord, che è meno gravato da istituzioni pubbliche e ha un mercato dove famiglie, banche e in prese trovano i loro spazi.

E adesso possiamo esaminare elementi di possibile terapia?
Le condizioni del nostro Paese impongono un duplice risultato: ricollegare e connettere le reti economiche e istituzionali del mercato domestico. E presentarsi con la reputazione di una nazione capace di agire e di ottenere risultati nell’ambito di una politica economica coerente con l’Unione europea.

In poco più di un decennio i tedeschi hanno eliminato il dualismo Est/Ovest. Che cosa invece non ha funzionato, in Italia, a proposito della riduzione del divario Nord – Sud?
Per decenni in Italia si sono scontrati due indirizzi di politiche pubbliche riguardo al Mezzogiorno: bottom up (quelle affidate alle istituzioni locali che presidiano i territori) e top down (quelle calate dall’alto). Nel Sud abbiamo esagerato con le politiche bottom up (programmazione negoziata). In ogni caso oggi inadeguate perché la crescita ha bisogno attualmente di contesti a largo raggio (reti lunghe).

Bisogna quindi trovare un nuovo equilibrio tra localismo e centralismo nel nostro Paese, per evitare che esso si spacchi in due…
Dobbiamo ritrovare come italiani l’equilibrio di una coesione nazionale se vogliamo riprenderci i 4 punti percentuali di crescita per tornare ai valori reali del 2011.

Ma l’Italia da quasi due decenni non riesce a sviluppare un potenziale di produttività ed anche questa condizione ha reso profonda e difficile la recessione, e la disoccupazione conseguente, dal 2007 ad oggi.
Ripeto. L’Italia (con Spagna e Grecia) non ha ancora recuperato le perdite accusate dal 2008. Negli ultimi due anni 2014/2016 ha trovato una leva, utile ma ancora inadeguata, nelle esportazioni e nella caduta dei costi dell’energia. Una flaccida ripresa si annuncia nel 2016, grazie a problemi di geopolitica mondiale ed al recente trauma della Brexit. Ma un paese senza capacità di sviluppare produttività non può competere adeguatamente sui mercati globali. La crisi ci ha solo mostrato, con durezza, quanto fossero diventatefragili ed insostenibili le nostre politiche.

0001 2

Qual è stato il freno maggiore per il nostro Paese, quello che lo ha portato a uno stato di inerzia?
Le ipotesi di federalismo fiscale, e la modifica del titolo V della Costituzione nel decennio alle nostre spalle – ed ancora prima la nascita delle Regioni – hanno determinato una situazione nella quale si rischia di smarrire il senso dell’Unità nazionale, come punto di riferimento.
Così oggi il reddito pro capite del Sud ammonta a 17.000 euro, quello del Centro Nord si colloca al 32 mila euro… Il Mezzogiorno ha un reddito che è il 54% di quello centrosettentrionale.

Nel 2015 Svimez dice che la media italiana della crescita si è attestata allo 0,8. Ma il centro Nord arriva all’1 mentre il Sud rimane a 0,1%.
E quindi è del tutto evidente che non ci possiamo permettere un paese spaccato in due. Anche perché non va sottaciuto che intanto nel Sud si è aperta una frattura longitudinale.

In che senso?
Nel senso che a nord est ci sono Puglia e Basilicata, con una demografia più leggera e una migliore capacità istituzionale… A sud Ovest c’è un eccesso di popolazione (Calabria e Campania sommano 8milioni di persone), una base economica efficace molto ridotta, larga disoccupazione e lavoro nero come effetto dello scarto tra popolazione e produzione. E anche una eccessiva, e spesso poco efficienti, presenza di organismi statali e locali.

Intanto i consumi sono calati nel Mezzogiorno per il 2014 mentre si riprendono nel resto del paese…
Nel Nord si è avviato un processo di crescita mentre nel Sud questo non accade ancora. Perché manca la dimensione di un ragionevole mercato domestico e resta aperto un ulteriore squilibrio tra demografia e capacità di produrre: un terzo della popolazione vive nel Mezzogiorno ma la capacità di produrre dell’industria manifatturiera meridionale è caduta del 35% rispetto ai volumi del 2007: dieci volte la dimensione accusata dal totale del 28 economie dell’Unione europea nel medesimo tempo. I consumi del Sud aumentano meno di quelli del centronord perché lo scarto tra reddito procapite, al centronord ed al Mezzogiorno, è molto divaricato.

Nelle regioni meridionali si è chiusa la recessione, con il 2015, ma le regioni che accelerano sono quelle più piccole: Basilicata, Abruzzo e Molise.
Bisogna agire con determinazione su Campania e Puglia, che insieme contano dieci milioni di persone, e trovare una ragionevole politica per la Calabria. Per fortuna, si riprendono gli investimenti manifatturieri nel Mezzogiorno. Si riapre il mercato del lavoro ma nel Sud manca quasi mezzo milione di occupati rispetto a prima della crisi. Rispetto al centro nord il rischio di povertà e triplo nel Mezzogiorno.

Nel Sud l’industria e la cultura industriale non riescono a trovare la base adeguata per supportare l’insieme dei servizi privati e delle strutture pubbliche, non è così?
Tra il Nord e il Sud esiste una tale differenza che dobbiamo chiamare dualismo. Superare il dualismo, e non ridursi solo alla ricerca di strumenti per chiudere il divario, diventa una necessità che si deve esprimere in un percorso almeno quinquennale…

Cosa manca all’azione della mano pubblica affinché le politiche di sviluppo siano veramente efficaci?
Non è il Governo che crea la crescita ma la relazione positiva tra Governo, banche e imprese: tra lo Stato e la Società. Ritrovare la strada della crescita diventa una strada obbligata in tre passi: rinunciare alle identità locali e alle divergenze tra le aree economiche del Paese. Collegare reciprocamente le parti del Paese, unire le forze per ottenere un risultato che superi la somma delle singole economie locali.

Molte imprese dopo la caduta del cambio dell’euro hanno ripreso vigore esportando.
Si ma questo non basta a dare al Sud una finanza adeguata alla crescita. Perché mancano gli orizzonti unitari di una politica economica nazionale capace di rimettere insieme le tra Italie: il Nord Ovest, il Sud e l’Italia di mezzo. Il Mezzogiorno come gli altri fragili paesi mediterranei ha bisogno di uno slancio imprenditoriale.

Che vuol dire?
Abbiamo bisogno di investimenti e non solo di investimenti pubblici. Servono infrastrutture e serve energia; servono reti per il turismo, e la cultura, e serve una nuova stagione dell’industria: che si deve fondare sulla cultura industriale e non solo sui capannoni e le macchine. Serve una partnership tra industria e lavori pubblici e serve un ridimensionamento delle macchine burocratiche che impediscono la libertà di creare e di investire.

Nel volume sono esposti i punti critici che, a detta di Lo Cicero, rendono il Masterplan una riedizione della programmazione negoziata degli anni 90. Possiamo riassumerli?
Il ministro Padoan ragiona sulle grandezze macro: occupazione, dimensioni del debito, crescita. Il capo del Governo Renzi propone una economia micro… dove le imprese sono ciascuna attori singolari della loro crescita… Meglio guardare a una Italia che allarga la sua economia, e ne riduce le differenze, che chiudere nella riserva indiana i meridionali.

E’ per questo che manca una vera e propria visione di medio periodo, che si deve immaginare e poi comunicare al Paese?
Il Masterplan dovrebbe avere una strategia e una visione… Se desideriamo ridurre lo scarto tra Nord e Sud non basta la legge di stabilità ma serve anche un piano strategico…

E il secondo punto da affrontare?
E’ la strana forma di governo del Masterplan: una cabina di regia, che si allarghi all’Agenzia per la coesione territoriale ma possa condividere anche le azioni del Dipartimento per le politiche di coesione, ed Invitalia. Troppo diverse nel tempo trascorso e nelle funzioni attribuite a queste organizzazioni…

La terza osservazione: non si trova traccia di politiche per la relazione tra banche e imprese capaci di accelerare alla ripresa della crescita
Quarta osservazione: servirebbero sia la Cassa Depositi e Prestiti che la Banca europea degli Investimenti per dare forza e presenza a un piano Junker, che avrebbe dovuto decollare entro il 2015 e del quale invece si parla assai poco.

Quinto punto?
E’ curioso che la sola volta che si parli di imprenditorialità si debba leggere che occorre “mettere in movimento la società civile del Mezzogiorno…”. Sarebbe meglio parlare di imprenditori, banche, ricercatori che si colleghino alle imprese ed agiscano per garantire processi innovativi… Perché è l’impresa che crea ricchezza, se e quando la logistica, le infrastrutture, i mercati finanziari e le banche offrono all’impresa pilastri sui quali poggiare le basi della propria azione.

Veniamo alla sesta osservazione.
Serve una politica fiscale che accompagni la capitalizzazione delle imprese e la riduzione dei costi delle imposte, delle tasse e dei cunei previdenziali: meno tasse e meno spesa pubblica inutile… per far posto ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. Questa è la strada maestra della crescita.

Ed ora la settima…
Si parla molto di fondi europei e nazionali di ogni genere e tipo: la soluzione del problema, che nasce dalla loro scarsa efficacia, è molto semplice: il modo per supportare le imprese, al di fuori dei circuiti dei mercati finanziari e delle banche, non dipende dal quantum e dalla procedura con cui lo stato o le sue appendici regionali devono attribuire questi grants alle imprese.

Che cosa fare invece?
Si devono invece definire le dimensioni e il ritorno del profitto che verrà ottenuto dall’investimento realizzato. Questo esito è governato da analisti e imprenditori ed è assai difficile che istituzioni pubbliche siano in grado di battere imprese efficienti, o imporre alle stesse, procedure singolari e attriti inutili….

Insomma, bisognerebbe che quei fondi arrivassero nelle mani di chi riesce ad estrarre valore dagli investimenti che realizza davvero.
Esatto. E concludiamo con l’ottava osservazione: è singolare la destinazione dei 15 patti di programma, distribuiti tra Regioni meridionali e città metropolitane…

Vuole dire che le Regioni devono rimanere organi di programmazione e basta?
Le Regioni pensano al futuro possibile e trasferiscono quelle aspirazioni a chi riesce a realizzarle. Le metropoli e gli organismi a diretto contatto coi sistemi urbani, realizzano e gestiscono in proprio il contenuto di quei progetti. Strano fare di due erbe un fascio.