L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo, ma il vero traguardo non è solo vivere più a lungo: è farlo in salute. E la partita si gioca molto prima della terza età, già intorno ai 40 anni. È questo il messaggio emerso dalla tavola rotonda “La psicologia dell’invecchiamento tra clinica, prevenzione e qualità della vita”, organizzata oggi a Roma da Casagit Salute, società nazionale di mutuo soccorso nata dai giornalisti italiani, e Pmi Salute fondo di sanità integrativa dedicato alle piccole e medie imprese manifatturiere e meccaniche.
Il quadro demografico è noto, ma impone una riflessione strutturale: un quarto della popolazione italiana ha almeno 65 anni, oltre 4 milioni di persone hanno superato gli 80, crescono le persone sole e diminuiscono le nascite. Secondo i dati richiamati nel corso dell’incontro, nel 2023 il 58% delle strutture sanitarie era privato, percentuale che supera il 70% in ambito residenziale. Segno di un Servizio sanitario nazionale sotto pressione, con un impatto diretto sui sistemi di assistenza e sulla loro sostenibilità.
La prevenzione rappresenta la leva strategica più rilevante, ma ancora sottoutilizzata. «Su un campione di 6 del totale dei 16 milioni di iscritti ai fondi sanitari integrativi, la voce “prevenzione” pesa appena per il 4% della spesa complessiva», ha sottolineato Marco Micocci, professore di matematica finanziaria e scienze attuariali all’Università di Cagliari. «Con l’età aumentano frequenza e costo delle prestazioni: se a 40 anni il ricorso alle cure si attesta intorno al 30%, a 70 anni supera l’80%. Investire prima significa contenere dopo i consumi e migliorare la qualità della vita. Un tema che chiama in causa anche il ruolo dei fondi sanitari». Le fasce over 60 risultano poco rappresentate e in molti casi il rapporto con l’iscritto si interrompe al pensionamento. Casagit Salute rappresenta invece un modello diverso, garantendo copertura anche in età avanzata: una scelta coerente con la propria missione mutualistica, ma che richiede equilibrio e una strategia centrata sulla sostenibilità.
Dal punto di vista clinico, l’invecchiamento è il risultato di fattori genetici, ambientali e comportamentali. «La forza muscolare inizia a ridursi già intorno ai 50 anni e tra i 40 e i 60 si gioca una fase cruciale per il rischio di fragilità in età avanzata», ha spiegato Francesco Landi, direttore Scienze dell’invecchiamento della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. Intervenire su alimentazione, attività fisica, parametri metabolici, fumo e sonno può tradursi in un guadagno fino a 15 anni di vita in buona salute per le donne e 12 per gli uomini. Anche l’invecchiamento attivo – stimoli cognitivi, relazioni sociali e movimento – è determinante. Lo ha sottolineato Fabio Lucidi, docente di Psicometria alla Sapienza di Roma, che ha evidenziato il ruolo della motivazione nel consolidare stili di vita salutari. «Sapere che muoversi fa bene non basta. I nuovi comportamenti devono favorire consapevolezza, autonomia e relazioni sociali positive».
Sul piano cognitivo, infine, significativi i dati del protocollo “Train the brain” del Cnr presentati da Giovanni Anzidei, vicepresidente della Fondazione IGEA. «Il 2% degli over 45 ha già deficit conclamati e quasi il 20% è ai limiti della norma, spesso senza saperlo. Screening e controlli di prevenzione consentono interventi personalizzati, con benefici clinici e risparmi assistenziali nel medio-lungo periodo».






































