Investimento politiche attive supera formazione professionale

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Roma, 2 ott. (Labitalia) – Un impegno complessivo di 1.830.000.000 di euro nel 2017 e, per la prima volta, l’investimento sulle politiche attive del lavoro che supera quello sulla formazione professionale: un miliardo contro 830 milioni di euro. In uno spaccato dell’Italia che appare non omogeneo e altamente frammentato. E’ il principale risultato che emerge da uno studio promosso da Cnos-Fap (Centro nazionale delle Opere Salesiane per la formazione e aggiornamento professionale) e realizzato da Noviter, che prende in esame gli investimenti annuali delle Regioni italiane sulle politiche attive del lavoro e sulla formazione professionale su cui hanno titolarità.

Lo studio, presentato oggi al Senato, rileva e analizza 238 bandi regionali, di cui 129 relativi alle politiche formative e 108 sulle politiche attive del lavoro, pubblicati nel 2017 da 19 Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano, a cui si aggiunge un bando sperimentale di Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro).

Cnos-Fap, uno dei principali operatori del privato sociale in Italia per la formazione e orientamento con le sue 65 sedi territoriali, spiega l’interesse per questo studio per voce del direttore generale, Enrico Peretti: “Capire i criteri di scelta e ragionare sugli effetti degli investimenti nelle Regioni ci consente di valutare quali margini di interazione abbiamo con il territorio nella pratica, ma anche stimolare il dibattito sulle competenze Stato-Regione per andare verso un sistema che offra soluzioni e prospettive più omogenee in tutto il territorio”.

Per comprendere appieno il contesto in cui sono state operate le scelte delle Regioni, vanno ricordati due fattori: la programmazione 2014-2020 dei Fondi comunitari e l’attivazione di uno specifico programma destinato ai giovani Neet, ‘Garanzia Giovani’, e il quadro normativo nazionale soprattutto con le innovazioni del decreto legislativo numero 150 del 2015 (disposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive).

Nella pubblicazione edita da Rubbettino, intitolata ‘Politiche della formazione professionale e del lavoro-Analisi ragionata degli interventi regionali’, emerge la fotografia di un Paese con soluzioni adottate ancora troppo frastagliate: 108 linee di intervento relative alle politiche attive del lavoro.

Eugenio Gotti, Ceo di Noviter, che ha diretto la ricerca, evidenzia alcune chiavi di lettura nelle scelte regionali: “Innanzitutto, le Regioni hanno investito nelle politiche attive del lavoro, più che nella formazione, a conferma di un crescente bisogno dei cittadini di poter avvalersi di servizi di supporto all’inserimento o reinserimento lavorativo. Per quanto riguarda, invece, le attività formative, le risorse sono concentrate sulla cosiddetta ‘prima formazione’ per i giovani, sia nell’ambito della Iefp, dai 14 ai 18 anni, sia per la formazione di livello terziario, con gli Its. Sono ridotte le linee di finanziamento per la formazione di specializzazione per gli adulti e di formazione continua, che invece nel passato rappresentavano una componente significativa dell’azione regionale”.

Gli avvisi che riguardano la formazione sono sempre più orientati alla cosiddetta formazione ‘ordinamentale’, cioè a quella che porta all’acquisizione di un titolo di studio come il sistema della Iefp e degli Its, con l’80% dell’impegno economico totale a scapito dei corsi di specializzazione e della formazione continua, erogata principalmente dai fondi interprofessionali governati dalla bilateralità.

Per quanto riguarda le politiche attive del lavoro, l’insieme delle azioni è estremante frammentario. “Talvolta il bando – continua Gotti – è talmente specifico sui singoli bisogni, con valore economico irrisorio, spot nell’arco temporale; siamo ancora distanti da un sistema universale a domanda individuale simile a quello sanitario, nonostante i servizi al lavoro siano riconosciuti quali diritti esigibili da parte dei cittadini. Ma dal rapporto emergono alcune linee evolutive in tal senso”.

“Il rapporto rappresenta una prima analisi nazionale utile alla discussione e alla riflessione sui temi della formazione e del lavoro anche in vista della prossima manovra di bilancio e del dibattito intorno al reddito di cittadinanza. Nell’attuale quadro costituzionale, sarà interessante vedere se si andrà verso un sistema nazionale, seppure con differenziazioni a livello territoriale, e come si riuscirà a realizzare una politica nazionale come il reddito di cittadinanza”, conclude.