Io non volevo risorgere, Gaetano Ippolito racconta la seconda vita di Lazzaro

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di Fiorella Franchini

Edito da Fox&Sparrows, il romanzo di Gaetano Ippolito, scrittore e filmaker indipendente, è una storia inquietante che rilegge in chiave esistenzialista uno dei miracoli più celebri del Vangelo. Lazzaro, probabilmente una variante di Eleazaro, è un personaggio dei Vangeli, secondo i quali abitava a Betania, paese vicino a Gerusalemme. Dopo l’episodio della resurrezione, non compare più nel Nuovo Testamento, anche se diverse leggende lo vogliono vescovo e le chiese cristiane lo venerano come santo.
Il libro di Ippolito si apre con un Lazzaro confuso e sofferente che, richiamato dalla voce di Gesù, emerge dal sepolcro non con gratitudine, bensì con un profondo senso di riluttanza. Il protagonista descrive il ritorno alla vita come un trauma: l’odore della putrefazione ancora nelle narici e la luce del sole che lo acceca. La sua frase emblematica, “Stavo così bene dentro al sepolcro”, ribalta completamente la visione tradizionale del miracolo come dono divino.

Nella narrazione tradizionale, la resurrezione è il massimo beneficio divino. Perché ha scelto di trasformarla in un trauma e in una violazione della volontà individuale?
Il tema del romanzo è la crisi, dunque Lazzaro quando esce dal sepolcro si ritrova a vivere una crisi profonda, sia d’identità che esistenziale. Volevo raccontare la crisi come un’opportunità di crescita, come una seconda occasione per cambiare qualcosa della propria vita. Gli scatti evolutivi avvengono nei momenti di difficoltà. Lazzaro risorge per intraprendere un viaggio di trasformazione, per diventare un uomo nuovo e se non fosse morto sarebbe rimasto ancorato alle sue vecchie credenze. Il trauma è l’origine di tutte le nostre malattie e la grande sfida è riuscire a superare le nostre ferite, uscire dall’oscurità dal sepolcro e vivere alla luce del giorno.

Ippolito tratteggia un Lazzaro che è, a tutti gli effetti, un antieroe nichilista. Il ritorno dalla morte non gli ha dato risposte, ma ha accentuato il suo senso di solitudine e l’inutilità dell’esistenza.
Esiste un precedente letterario diretto: il racconto Lazzaro dello scrittore russo Leonid Andreev del 1906. Anche in quel caso, Lazzaro torna dalla morte cambiato, portando negli occhi l’oscurità dell’abisso che terrorizza chiunque lo guardi. Ippolito riprende e amplia questa visione “oscura” della resurrezione, dove il ritorno alla vita non è un trionfo ma una maledizione silenziosa. Il Lazzaro di Andreev e quello di Ippolito sembrano mostrare l’insensatezza del voler conoscere l’aldilà, l’impossibilità di comprenderlo; quasi che conoscere il regno dei morti renda superflua la vita, o addirittura impossibile.
L’uomo risorge con “miriadi di fori nella memoria”. Non riconosce pienamente le sorelle Maria e Marta, non percepisce più il senso dell’amicizia che lo legava a Gesù e fatica a comprendere chi fosse prima. La morte ha reso ogni gesto e desiderio vano. Egli osserva l’umanità come una massa di “puntini sparsi nell’Universo”, inconsapevoli della propria inutilità.

Il suo Gesù è descritto come un uomo enigmatico, quasi “oscuro” agli occhi di Lazzaro. Qual è il messaggio dietro questa rappresentazione di un Messia incomprensibile?
Quando Mosè scende dal Monte Sinai, la Legge che propone si basa su una serie di divieti, sulle cose da “non fare”. La novità di Gesù, invece, consiste in un invito al “fare” e ci lascia un solo comandamento (non dieci come Mosè): ‹‹amatevi gli uni e gli altri››. Amare significa dare, con la consapevolezza che siamo tutti accomunati dal medesimo destino di sofferenza. L’amore che ci offre Gesù è l’Agape, il sentire il dolore altrui, sentirsi vicini, sentirsi parte integrante di una stessa grande anima. L’Agape, intesa come compassione, è l’unico rimedio possibile contro la solitudine esistenziale.

Il romanzo è diviso in sezioni temporali (Il tempo del cammello, del leone, del fanciullo) che scandiscono i giorni e i mesi della sua “seconda vita”, un riferimento esplicito a Nietzsche che riprende le tre metamorfosi dello spirito descritte in Così parlò Zarathustra.

Questa struttura suggerisce un percorso filosofico di trasformazione del protagonista?
Sì, perché lo scopo della vita è la crescita. Il primo passo è distruggere tutte le false credenze, una cultura fondata sull’avere e sull’apparire. L’avere genera ansia e angoscia perché per sua natura è destinato a perire. Invece, l’essere riguarda la sfera interiore della persona, è qualcosa che dura per sempre, anzi, aumenta e si espande in virtù della nostra evoluzione. Noi esseri umani siamo dei viaggiatori e il nostro destino è andare oltre le Colonne d’Ercole, confrontarci con i nostri limiti e tentare di superarli. Lazzaro non è un eroe, ma una persona come noi. Dunque se ci è riuscito Lazzaro, ci possiamo riuscire tutti. Bisogna avere solo la consapevolezza che tutto quello che ci accade, succede per la nostra crescita, perché il fine della vita è la vita stessa. Per crescere è necessario imparare e si impara attraverso le esperienze negative e dolorose.

Quali sono gli altri riferimenti letterari e filosofici che l’hanno ispirata?
Durante la pandemia, poiché eravamo a casa e non potevamo uscire, mi sono iscritto a Lettere moderne. Uno degli esami più interessanti per me, è stato Letteratura contemporanea, in modo particolare il Modernismo. Sono rimasto affascinato dalle opere di Pirandello e di Svevo. Così è nato in me il desiderio di scrivere un romanzo in chiave modernista. Il personaggio di Lazzaro si prestava a questo tipo di racconto perché emergeva il tema dell’identità. Quest’uomo che usciva dal sepolcro e si trovava davanti ad una crisi d’identità, identità che veniva messa in discussione anche dalle persone intorno a lui e dalla stessa sorella Marta. Mi è venuta l’idea di narrare la storia da tre punti di vista diversi, ispirandomi alla struttura narrativa del romanzo modernista di William Faulkner, L’urlo e il furore.

Il libro è profondamente fisico: l’odore della putrefazione, il dolore della luce, la puzza degli escrementi. Ippolito sceglie un linguaggio crudo e materico per descrivere un evento spirituale. Lo stile è introspettivo e realistico, capace di trasmettere il senso di nausea e vertigine di chi si sente “partorito dalla morte”.
Il romanzo scava nell’anima del protagonista e nei rapporti tesi con le sorelle: se Maria esprime lo sguardo consolatorio della Fede, il rapporto tra Lazzaro e Marta è intriso di sospetto e rancore. Marta rappresenta il dubbio della ragione. Lazzaro è, a tutti gli effetti, un uomo che ha perso il suo posto nel mondo e che non riesce più a reintegrarsi nella società e negli affetti. Egli vive una “seconda vita” che però rivela una profonda crisi di identità: non è più l’uomo di prima, ma non può nemmeno essere altro.

“Io non volevo risorgere, La seconda vita di Lazzzaro” è una dolorosa riflessione sulla condizione umana e sulla memoria, sul bisogno di autenticità, sulla ricerca del senso della vita e della fede.
Eppure c’è una speranza nell’oscurità di Lazzaro: “…Se metti in circolo odio in questo cerchio, prima o poi l’odio ritorna da te. Se, invece, metti in circolo l’amore, è l’amore a tornare da te. Per questo Gesù ci ha lasciato un solo comandamento: amarci. Dio è la vita, la vita è amore, l’amore è un impulso vitale e si trova in ogni cosa. L’amore è la volontà di vivere” – confessa alla fine dei suoi giorni.

Dario Antiseri scrive: “La fede cristiana non è contro la ragione, ma oltre la ragione”. In questo dialogo, aggiunge Giuseppe Lubrino, l’esistenzialismo può aiutare il cristianesimo a non cadere nel moralismo, e il cristianesimo può aiutare l’esistenzialismo a non cadere nel nichilismo. Esistere e credere, dunque, non sono opposti, ma due vie che si cercano, si interrogano, si illuminano a vicenda.
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