“Io torturato, a Rebibbia ricucio la mia vita”

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Roma, 17 mar. – (AdnKronos) – di Lavinia Gerardis

Il largo cancello automatico blu si apre lento. Un corridoio, un altro cancello. Siamo dentro Rebibbia, il penitenziario più grande d’Italia. A sinistra e a destra, isolati da altri cancelli, si dividono i bracci. Davanti a noi ancora un corridoio che costeggia il giardino dove ogni tanto i detenuti possono incontrare le famiglie. Al piano di sopra i laboratori: piccole aule luminose dove i reclusi, a piccoli gruppi, possono partecipare alle attività.

Andrea è di spalle, seduto, i muscoli ben evidenti sembrano tesi, lo sguardo basso sul banco che ha di fronte. Le mani intente a tenere disteso il tessuto blu. Ago, filo, ditale. Sono gli ultimi punti e dopo un mese e mezzo di lavoro finalmente ce l’ha fatta: la giacca che ha realizzato su misura è pronta. Se la guarda, la accarezza, sorride: “Per essere la prima, dai…”. Intorno a lui altri 14 in piedi, appoggiati a dei tavoli, cuciono, tagliano, imbastiscono, rifiniscono. “E’ una soddisfazione”, a parlare è ancora lui, questo ragazzone che lavora seduto perché fa fatica a camminare. “Ringraziando Dio ora sto qui”, dice. E sembra un paradosso. Ha voglia di parlare Andrea, di raccontare quella sua storia che ancora gli dà gli incubi.

“Sono stato arrestato all’estero io, in Nicaragua. Ero ricercato dall’Interpol e manco lo sapevo. Vivevo in Sudamerica con la mia compagna e mio figlio che adesso c’ha 10 anni. Una mattina tornavo dal lavoro, perché lì facevo la guida turistica, e vedo un sacco di polizia intorno al mio caseggiato. Penso: ‘Chissà chi sono venuti ad arrestare’. E invece quello che cercavano ero io. Ero stato condannato in contumacia in Italia per traffico internazionale di stupefacenti e non sapevo niente”. Manette, sirene, poi l’inferno. Per Andrea si spalancano le porte di un penitenziario che non esiste sulle mappe: El Chipote. “Una di quelle prigioni che quando le nomini da quelle parti la gente trema, persino i messicani che pure a carceri non stanno messi bene. El Chipote è famosa per essere peggio, molto peggio di Guantanamo, perché lì non ci sono gli americani a gestirla. Dovevo restarci al massimo 90 giorni prima di essere rimpatriato, invece in quel buco nero ci sono rimasto per 510 giorni e notti. E non le distinguevo più le notti dai giorni perché non uscivo mai. Stavo buttato lì in una cella con 2 centimetri d’acqua, nudo, sul pavimento, senza un letto, al buio”.

Andrea ricorda e gli occhi che prima sorridevano si fanno opachi. Cerca di essere distaccato, si vede che fa fatica: “Una storia da film dell’orrore”, dice tirando il fiato come a prendere la rincorsa per raccontare la parte più difficile: “Sono stato torturato, ripetutamente. Con i fili elettrici, mi mettevano un sacco nero sulla testa e poi mi picchiavano con gli elenchi del telefono. Botte su botte. Ho avuto un infarto. Ai miei familiari che chiedevano di me per molto tempo hanno detto che non ero lì, ‘non c’è nessun italiano’ gli dicevano. Poi finalmente, forse dopo tre o quattro mesi, non lo so di sicuro perché il tempo non passava mai e io avevo perso la cognizione del tempo, sono riuscito a parlare con qualcuno: l’avvocato, mia madre. Quelli dell’ambasciata italiana sono venuti solo 2 volte, invece per i miei compagni stranieri, peruviani, salvadoreñi, boliviani l’ambasciata veniva tutti i mesi puntuale a vedere come stavano”.

Ora Andrea sembra arrabbiato. “Le accuse sono venute dall’Italia e l’Italia mi ha abbandonato laggiù in quel carcere. Poi quando finalmente sono arrivato qua, atterrato a Fiumicino ho baciato la terra come fa il Papa. E pure quando sono arrivato a Rebibbia m’è sembrato di essere arrivato in un hotel a 5 stelle. Però, dopo un po’ ti accorgi che pure qua ci stanno i problemi. Niente a che vedere con quell’orrore e io mi sento un privilegiato, mi hanno selezionato per questo corso, faccio sport. Ma non per tutti è così, ci sono persone che hanno bisogno, che davvero stanno in difficoltà pure qua e andrebbero aiutate”.

Gli occhi di Andrea prima persi nei ricordi ora sono fissi sulla sua giacca blu. “Il maestro dovrà insegnarmi a farne una per mio figlio. Le misure di un bambino di 10 anni non le so ma mi piacerebbe…”. E il maestro annuisce. È orgoglioso di Andrea: “È bravo, ha stoffa. Sono tutti bravi a dire la verità ma lui si applica tanto, c’è proprio portato”. E l’Accademia nazionale dei sartori che ha organizzato questo corso sogna un futuro per i suoi ragazzi, per tutti quanti. “Hanno voglia di riscatto e cerchiamo di prepararli a un lavoro, di tenerli in un percorso che continui anche quando saranno fuori dal carcere – spiega il presidente dell’Accademia Ilario Piscioneri – Ad attenderli ci sarà il laboratorio sartoriale ‘Made in Rebibbia’ che verrà gestito interamente da loro, dai detenuti che in questi tre anni verranno formati in questo corso”.

La sartoria non è un’arte facile ma questi ragazzi sembrano avere le mani d’oro. “Guarda come cade bene, perfetta e non è facile”, dice il maestro a Manuel che tre banchi più indietro con la sua giacca tutta imbastita addosso ride. “Eh, mia moglie già non vede l’ora che torno a casa così a ricuci’ le cose ci penso io”, dice. E sono in tanti qua dentro a dover ricucire. Ricucire errori, ricucire ferite, ricucire quella vita che s’è un po’ strappata. Mirko che sta dentro da 10 anni ce la sta mettendo tutta. “Faccio questo corso ma mi sto pure prendendo una laurea in pedagogia e poi siccome sono uno sportivo, quando tra 5 anni esco mi piacerebbe insegnare. Fare l’allenatore, chi lo sa. Ma anche fare il sarto non è male. Non pensavo ma mi sono appassionato”. Andrea invece di anni dentro ne deve fare ancora quattro. “E poi chissà magari con la sartoria made in Italy vendo in Nicaragua. Sono romano, italiano, orgoglioso di esserlo ma il mio cuore è là”.