Iran: il Risveglio di un Popolo. Intervista all’artista Howtan Re

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Diceva Oriana Fallaci: “L’Iran è un Paese che ha una dignità incredibile, un Paese che non si arrende”. Oggi, quella dignità ha il volto delle donne che sfidano le leggi morali e dei giovani che illuminano le strade con i propri cellulari, squarciando il buio di un regime che vorrebbe spegnere ogni voce. Per capire cosa stia accadendo davvero a Teheran, abbiamo incontrato Howtan Re, un artista di origine iraniana che porta nel cuore i colori di una terra mai dimenticata. Howtan ha lasciato l’Iran nel 1979, in un momento di svolta epocale, grazie al coraggio di sua madre: una donna determinata che desiderava per i suoi figli la possibilità di crescere in un Paese libero.
Questo incontro con l’artista iraniano incarna perfettamente il senso della nostra rubrica Cuore, Mente e Macchina: c’è il cuore di chi non smette di lottare, la mente di chi immagina un domani diverso e la macchina — la tecnologia dei cellulari e dei video — che permette a questo grido di arrivare fino a noi.

in foto Howtan Re con Papa Francesco

C’è stato un momento preciso, un’immagine o una notizia, in cui hai capito che questa non era una protesta come le altre, ma qualcosa di irreversibile per l’Iran? L’ho capito quando ho visto i video dei giovani che scendevano in piazza per la libertà, illuminati solo dalla luce dei propri cellulari. È accaduto dopo che il governo aveva interrotto la connessione internet nel tentativo di silenziare le loro voci. Quelle immagini di ragazzi uniti e determinati a sfidare l’oscurità rappresentano una rottura definitiva con il passato. La loro volontà di rischiare tutto ha acceso una speranza collettiva che non può più essere ignorata.

Dall’esterno spesso si parla di “rivoluzione delle donne”. Dal tuo punto di vista, cosa sta cambiando negli uomini iraniani che scendono in piazza accanto a loro? «Le donne stanno alzando la testa come mai prima d’ora, rivendicando il proprio ruolo fondamentale. Questa non è l’immagine dell’Iran a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni; un tempo l’Iran era un Paese in cui le donne erano emancipate e attive nella vita pubblica. Con l’avvento di questo regime sono state relegate in secondo piano, private di identità e autonomia. Oggi, manifestando al fianco degli uomini, non lottano solo per sé stesse, ma dimostrano che la libertà e l’uguaglianza riguardano tutti. Gli uomini che partecipano stanno finalmente riconoscendo il valore di un’alleanza per il cambiamento. È un ritorno allo spirito dell’Iran degli anni ’50 e ’60, quando le donne erano tra le più libere del Medio Oriente, orgogliose e senza velo; non so se in Occidente questo sia noto.»

Quanto questa rivoluzione nasce dalla rabbia e quanto, invece, da un desiderio profondo di vita normale: studiare, amare, creare, respirare senza paura?
Questa rivoluzione è alimentata da una rabbia profonda, ma soprattutto da un desiderio di normalità. Le persone vogliono studiare, amare e vivere senza il peso della paura. La loro lotta va oltre la semplice protesta: è una richiesta di dignità e di un futuro in cui poter esprimere liberamente aspirazioni e sogni.

Molti giovani iraniani non hanno mai conosciuto un Iran libero. Che tipo di immaginario di futuro stanno costruendo oggi, secondo te, mentre rischiano tutto?
I giovani sognano un Iran democratico. Immaginano un futuro senza oppressione, dove i diritti umani siano rispettati e le libertà garantite. Rischiano tutto perché sono convinti che il cambiamento sia possibile e sono determinati a realizzarlo.

Il regime cerca di isolare il popolo spegnendo internet e cancellando le immagini. Quanto è importante, per chi è in Iran, sapere di essere visto e ascoltato dal mondo?
Essere visti è cruciale. Mentre il regime tenta di isolare il Paese, sapere che il mondo sta osservando offre un senso di supporto e solidarietà fondamentale. Questo incoraggia le persone a resistere, con la consapevolezza che le loro voci non sono state dimenticate.

Secondo te questa rivoluzione ha già vinto qualcosa, anche se il regime è ancora in piedi? Se sì, cosa non potrà più essere cancellato?
Sì, ha già vinto sul piano della consapevolezza collettiva. Anche se il regime resiste, l’idea che il popolo possa unirsi per la libertà è ormai indelebile. Questo movimento ha acceso una luce di speranza che continuerà a brillare.

C’è un equivoco sull’Iran o su questa rivoluzione che ti fa più male sentire ripetere in Occidente?
Uno degli equivoci più dolorosi è considerare questa mobilitazione come un semplice movimento di protesta passeggero. Non è solo una questione di diritti delle donne, ma una lotta totale per la libertà di un intero popolo.

Come artista, senti che questa rivoluzione ha cambiato il tuo modo di creare? L’arte oggi è ancora un rifugio o è diventata una forma di resistenza?
Questa rivoluzione ha trasformato profondamente il mio lavoro. L’arte è diventata una forma di resistenza e un potente strumento di espressione. Ogni opera che realizzo è un atto di protesta, ma anche un messaggio di speranza. Attraverso la mia arte voglio trasmettere il desiderio di un futuro migliore. Oggi l’arte è un rifugio, sì, ma serve soprattutto a ispirare gli altri a credere che il cambiamento sia davvero possibile.

L’artista
Howtan Re, nato a Teheran nel 1974 e trasferitosi in Italia nel 1979, è un artista contemporaneo e architetto che opera tra l’Italia, gli Stati Uniti e Londra. Nelle sue sculture provocatorie, fonde icone sacre e cultura pop per esplorare i temi della fede, della fragilità umana e dell’ingiustizia sociale, creando opere che invitano a una profonda riflessione etica e politica.

in foto Howtan Re con il ministro Alessandro Giuli