Irresponsabilità, malafede, rabbia: così l’Italia corre verso il default sanitario. Ma chi prende in giro chi?

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L’irresponsabilità che ha colto gli Italiani la scorsa estate è la stessa che ha fatto dire ad un esponente di terza fila del Governo che un nuovo lockdown nazionale è fuori discussione.
Nulla di più falso visto che si dice di non voler salvare le prossime festività natalizie. A meno che non stia proprio qui la riserva mentale ossia che si punti a chiudere il Paese durante le feste, e non ora, nella consapevolezza che il lockdown adesso con feste libere significherebbero un’esplosione di contagi incontrollabile tra gennaio e marzo. Per cui qualcuno prende in giro ma non si capisce chi prende in giro chi.
I fatti sono chiari: l’Italia è pericolosamente prossima al default sanitario, figlio di demagogie scellerate, politiche clientelari, ruberie odiose, incapacità burocratiche, leggerezze professionali. Quanto occorso nell’ospedale Cardarelli di Napoli lo dimostra.
Il Governo è impegnato a schivare i siluri di una maggioranza sfilacciata e delle faide interne dei suoi partiti. Il Presidente del Consiglio si affanna ma gira a vuoto, senza altro sostegno che l’emergenza sanitaria, l’unico collante di un gabinetto di necessità. L’opposizione lo sa e non spinge sull’acceleratore, pensa alle prossime elezioni quando cercherà di raccogliere i frutti del malcontento e della frustrazione che il Paese sta covando.
La prima cartina di tornasole dell’umore italico la avremo con le elezioni amministrative di Roma, quelle nella quali un uomo di sinistra, Calenda, si è candidato costringendo i partiti al governo a corrergli dietro e il Centrodestra a cercare un suo antagonista più che un proprio candidato. Calenda imbarazza il PD, irrita i 5Stelle e, per ciò stesso, solletica il Centrodestra, o meglio i suoi elettori, sorpresi dal disimpegno della Meloni, tiepidi verso candidati professionisti della politica, come Rampelli, e rammaricati della rinuncia alla ruspa di Giletti. Questi pezzetti di centrodestra annusano Calenda, incuriositi dal suo rifiuto delle liturgie dalemiane-veltroniane e atteggiamenti da uomo solo al comando. In tutto questo non c’è nulla di nuovo diversamente da quanto mostra la quotidianità della società civile.
Il disagio sta diventando frustrazione, se ne possono notare i tratti nell’acredine tra le persone nelle situazioni più varie. Le proteste pacifiche civili non preoccupano come invece dovrebbero visto che sono più pericolose di quelle dei popoli della movida (rientrato nei ranghi) e delle prebende (contento delle promesse).
Ragazzini delle elementari, grazie a genitori poco riflessivi, provocano il Governo assiepandosi di fronte all’ingresso della loro scuola chiusa e finiscono in TV diversamente dal nervosismo del personale degli uffici pubblici ancora aperti al pubblico e dall’ondeggiare di commercianti e baristi tra rassegnazione e voglia di ribellione. Di fondo c’è che moltissimi di costoro vivono questa seconda chiusura come occasione per la grande distribuzione di diventare padroni del mercato. La tensione per ora è contenuta, la protesta sussurrata però tende a degenerare nelle occasioni di contatto ravvicinato più banali come per strada e nei negozi.
La decisione di inviare l’esercito a Napoli è sacrosanta ma dovrebbe essere estesa automaticamente a qualsiasi regione a livello 3. Diversamente avrebbe ragione chi sostiene che il Governo ha soprasseduto a dichiarare la Campania zona rossa per evitare la rivolta di piazza e la sua gestione da parte della malavita organizzata.
In Italia manca una guardia nazionale, dislocata territorialmente, con compiti di assistenza e difesa dei provvedimenti, nazionali e locali, adottati per ragioni di emergenza. Così il Governo deve procedere con cautela diffondendo il sospetto che attenda la maturazione delle condizioni da livello 4 in più regioni così da poter intervenire a tappeto.
Se così fosse sapremmo chi sta prendendo in giro chi.