Isaia Sales: ” Storia dell’Italia mafiosa”.

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Il fenomeno mafioso ormai è parte indissolubile della realtà del nostro paese, e persiste da oltre due secoli. Perché questi violenti riescono ancora ad ottenere il potere? E soprattutto quando è nato il fenomeno mafioso? Come è riuscito a mutare e persistere per tutto questo tempo? A queste domande vuole rispondere il professor Isaia Sales nel suo nuovo libro “Storia dell’Italia mafiosa” in cui si ripercorre tutta la storia della mafia italiana, dalla nascita nel Mezzogiorno borbonico, allo sviluppo nell’Italia post unitaria, fino a giungere ai giorni nostri. La storia della mafia è la storia dei rapporti che essa ha creato nel tempo con le classi dirigenti, con coloro che detengono il potere, non si tratta di biografie di specifici violenti o di bande criminali.

L’impunità ha caratterizzato la storia delle mafie grazie ai rapporti con la politica e la magistratura, infatti in cento anni di storia criminale sono stati solo dieci i mafiosi che hanno avuto l’ergastolo su migliaia di omicidi. In passato non si parlava di mafia, i più grandi storici dell’800 non ne facevano parola ma basta aprire un racconto di Verga o un romanzo di Pirandello per trovarne qualche traccia. In “I vecchi e i giovani”, del romanziere siciliano, troviamo infatti una di queste testimonianze: un assassino per rimanere impunito regala un orologio d’oro al magistrato grazie alla collaborazione del parroco. Sarà però solo Sciascia a parlarne apertamente, almeno in Sicilia. Bisogna ricorrere ai romanzi per comprendere appieno tale fenomeno, perché le spiegazioni storiche non sono per niente esaustive a tal proposito. Ritenere che i violenti mafiosi riescano ad ottenere il controllo per il loro immenso potere è sbagliato poiché ancor prima di loro i briganti e i banditi possedevano grandi quantità di armi.

Nel libro viene anche distrutta la tesi culturalista la quale sostiene che l’affermazione delle mafie al Sud sia dovuto dal familismo amorale e dall’omertà. Il concetto di familismo amorale fu introdotto per la prima volta da un sociologo americano nel 1958, Edward Banfield, il quale studiò i comportamenti degli abitanti di Chiaromonte in Basilicata. Secondo la sua teoria la famiglia meridionale non esprimerebbe nessuna forma di solidarietà all’esterno di essa, ciò che conta è solo la famiglia di appartenenza. Se vediamo però quanti omicidi siano avvenuti in questa cittadina scopriamo che dagli anni 50 è stata uccisa solo una persona. L’omertà è dovuta dalla paura ma gli eroi della lotta a questa organizzazione criminale sono soprattutto meridionali. Quindi qual è il metodo migliore per sconfiggere questo “tumore sociale”? Franco Roberti sostiene che la politica deve far fronte a tale problema combattendo strenuamente la corruzione, lo abbiamo visto con il processo di “Mafia capitale” come questa riesca facilmente ad inserirsi nelle istituzioni e nell’economia pubblica. Lo Stato deve contrastare sul serio le mafie, molto è stato fatto in questi anni ma non tutto. Lo Stato se vuole può vincere incentivando lo sviluppo degli strumenti necessari a indagare i fenomeni corruttivi come la sicurezza, la giustizia e il sistema penitenziario, condizioni essenziali per un futuro sviluppo. “Ci ostiniamo a negare che fanno parte in modo strutturale della storia del nostro paese”, sostiene Rosy Bindi, “non esiste una storia d’Italia senza una storia delle mafie. Il primo passo per sconfiggerle è non negarne la natura, la presenza, il condizionamento storico e la forza nelle relazioni che creano nel nostro paese, dimostrazione avute dagli elementi storici mostrati nel libro. Tutti gli italiani si devono convincere che anche questa è storia d’Italia e bisogna conoscerla soprattutto per interpretare il presente e i loro mutamenti.”