Italia e Iran: mai così vicini, mai così lontani

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In foto Hamid Bayat

Si parlò di arricchimento dell’uranio e la possibilità degli ispettori Usa di fare un serio riscontro sull’ipotesi che l’Iran stesse costruendo bombe atomiche; ma il tutto si arrestò sul selciato dell’impossibilità di accettare i tempi di permanenza degli ispettori sul suolo persiano: il decadimento isotopico dell’uranio radioattivo e i suoi tempi particolarmente lunghi lo aveva richiesto. Ciononostante l’Italia e l’Iran sono sempre stati paesi amici o meglio, per dirla in modo più concreto, hanno sempre fatto affari insieme. “Anche nei difficilissimi anni della guerra, l’Italia ha sempre continuato a collaborare con l’Iran” ricorda Hamid Bayat, l’Ambasciatore a Roma. L’interscambio tra i due paesi è storicamente superiore a quello di qualunque altro stato europeo, e nel 2017 era arrivato a 5 miliardi di euro. Ma negli ultimi tempi le cose sono cambiate e le ragioni sono due: le sanzioni che tutto l’occidente ha adottato per volere degli Stati Uniti, e la paritetica posizione del nostro governo. Oggi il rapporto tra iraniani ed europei vede un ulteriore peggioramento con la scadenza, proprio in queste ore, dell’ultimatum lanciato da Teheran: l’Iran fa il passo formale di superare il limite di arricchimento dell’uranio concordato con Usa, Ue, Cina e Russia, ritirandosi ufficialmente dall’accordo firmato nel 2015. Ufficialmente ma non irreversibilmente perché, spiega ancora l’ambasciatore iraniano: “Le occasioni non sono finite: abbiamo ancora Instex, ma bisogna aderire, l’Italia aderisca a Instex”. Ma cosa si tratta , quando parliamo di Instex?

Instex è il sistema che i Paesi europei hanno messo in piedi per aggirare le sanzioni di Trump. Il meccanismo funziona così: l’Iran ricomincia a vendere petrolio all’Europa, e il ricavato finisce in un fondo attraverso il quale Teheran può finanziare le importazioni, che però sono limitate ad alcune categorie di prodotti: beni essenziali e non sanzionabili come gli alimentari, i farmaci, i dispositivi medici. Il fondo esiste, è stato creato, ma fino a oggi non ha consentito di concludere neanche una sola transazione, quindi sembrerebbe un luogo per le allodole dove allodole non ce ne sono. L’ambasciatore però non demorde, e ricorda come l’Italia, attraverso la sua società petrolifera, aveva goduto di sei mesi di esenzione dalle sanzioni internazionali: “L’Eni poteva acquistare il nostro petrolio, ma per sue considerazioni ha preferito non farlo. Tante piccole e medie aziende italiane vorrebbero investire in Iran, ma non possono farlo non potendo accedere al credito. Abbiamo chiesto ripetutamente, su indicazione delle vostre imprese, di individuare piccole banche che non hanno legami internazionali e che potrebbero essere autorizzate a fornire lo strumento creditizio per far lavorare le vostre imprese in Iran”.

Il messaggio inviato quindi inviato da Teheran sembrerebbe esplicito: se la Ue ( in questo caso soprattutto l’Italia) ricomincerà a comprare il petrolio iraniano, l’Iran fermerà subito il programma di arricchimento dell’uranio. “Appena vedremo gli europei adempiere i loro obblighi, noi saremo pronti a tornare sui nostri passi”, ha detto Rohani. Quante probabilità ci sono allora che questo accada? Praticamente nessuna. Tutti sanno che sono gli Stati Uniti a dettare le regole del gioco, per l’Europa e per le sue imprese è impossibile giocare la partita in proprio, e a Teheran non resta che aspettare le elezioni presidenziali del 2020, incrociare le dita e tifare per la sconfitta di Donald Trump: con il ritorno di un democratico alla Casa Bianca la questione si potrebbe riaprire. Questo è lo scenario attuale confortato, teoricamente, dalle voci di corridoio sulla preparazione alla vittoria del candidato democratico, che non è sorretta da un decremento dei favori di cui gode ancora Trump, neanche alla luce delle gaffe di Tramp;ultima quella sulla richiesta di pagamento della cauzione del rapper americano arrestato dalle autorità svedesi, quando in realtà nel Paese nordico non esiste una legge sulla cauzione, restando in realtà un nobile gesto del Presidente Usa , invocato dalla pressione della first lady Melania.

Nel frattempo gli iraniani non stanno certo con le mani in mano. Pressato da una lunga crisi economica, il paese degli ayatollah ha bisogno di vendere il suo petrolio per sostenere la bilancia commerciale, e se a comprare non è l’Ovest c’è sempre l’Est: questo significa il comprovato riavvicinamento a russi e soprattutto ai cinesi , con i quali stanno concludendo ottimi affari, nei mesi scorsi le raffinerie della Cina hanno fatto massiccia scorta di greggio a un buon prezzo, e in cambio l’Iran è diventato un grande importatore di prodotti cinesi, acquista dal colosso asiatico tecnologia e commissiona alle imprese di Pechino, grandi opere infrastrutturali. Insomma la rottura dei rapporti con Teheran si conferma, come era stato previsto sin dall’inizio, un danno per gli europei e una grande occasione per gli altri; un po’ come è avvenuto con la Russia e la proporzione del danno è ancora tutta da calcolare. L’ambasciatore iraniano la mette così: “In questa partita, per l’Europa appoggiare l’Iran significa appoggiare l’Europa stessa”.