Italiani bocciati all’interrogazione di asma, per 1 su 2 si guarisce

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Milano, 25 mag. (AdnKronos Salute) – Bocciati, o al massimo rimandati a settembre. Se l’asma fosse una materia scolastica e gli italiani venissero chiamati alla cattedra per un’interrogazione, circa la metà si autodenuncerebbe come impreparato e molti non rimedierebbero voti di cui andar fieri. I primi della classe si contano sulla punta delle dita, mentre la schiera di chi cade nelle trappole dei falsi miti è affollatissima: per uno su 2 (49%) si può guarire definitivamente da questa malattia e 4 su 10 (41%) non hanno dubbi che i rimedi naturali siano la via giusta per curarla, tanto per fare qualche esempio. E’ la fotografia scattata da un’indagine demoscopica condotta su mille persone (popolazione generale, asmatici e caregiver) dall’Istituto Doxa, presentata oggi a Milano durante un incontro promosso da Gsk.

La ricerca restituisce prima di tutto “l’alto impatto sociale” della ‘sindrome del fiato corto’, spiegano gli autori, confermando quanto già viene indicato dai dati epidemiologici: di asma soffre più o meno il 6% della popolazione – circa 3 milioni di italiani – ma dal lavoro Doxa emerge un quadro più globale, in cui 6 connazionali su 10 hanno un vissuto diretto o indiretto con la malattia, perché ai pazienti si aggiunge un 7% di persone con un familiare malato e un 44% che ne ha almeno uno nella cerchia di conoscenti. Nonostante questo, il 54% degli intervistati ammette di saperne poco o addirittura nulla.

I più informati si fermano al 9%. E quando si va a fondo salgono a galla le false credenze. Alcuni degli ‘interrogati’ inciampano su più di una. Così viene fuori ad esempio che per il 46% l’asma – che nella realtà è caratterizzata dall’infiammazione cronica delle vie aeree – è una patologia stagionale. A poco serve che il 76% degli intervistati sia consapevole della gravità dei disturbi di cui soffrono gli asmatici e che l’84% sappia che durante le fasi acute si può rischiare la vita, perché il concetto di cronicità non passa: solo il 43% dice che i farmaci devono essere presi tutti i giorni, per gli altri la cura è al bisogno.

Lo testimonia anche il vissuto dei pazienti. “Ma il problema assume ancora più rilevanza se guardiamo ai dati di una nostra precedente rilevazione analoga – sottolinea Massimo Sumberesi, direttore generale Doxa Marketing Advice – In 5 anni che sono passati da allora, nulla è cambiato: più della metà sapeva poco o nulla di asma, esattamente come oggi. E congelata è rimasta anche la consapevolezza dei pazienti. Anzi, sul ricorso regolare e continuativo della terapia inalatoria il dato è anche leggermente peggiorati”.

Il prezzo che si paga all’asma non è da poco: il 28% ha dovuto fare delle rinunce, allo sport o anche a correre. Dall’indagine emerge che su un 71% di asmatici che si cura con terapia inalatoria, appena il 28% lo fa tutti i giorni, il 43% solo al bisogno (il 30% per risolvere una situazione acuta e il 13% proprio in caso di emergenza). Mancanza di cure che per 1 paziente su 5, nell’ultimo anno, ha significato una crisi acuta, mentre il 37% ha dovuto fare ricorso alla medicina d’urgenza. I pazienti spiegano anche il perché della bassa aderenza alle cure. Per 4 su 10 la terapia è impegnativa, 2 su 3 non sono pienamente soddisfatti di quanto gli è stato prescritto. Ma sull’erogatore sfatano il mito dell’imbarazzo a usarlo in pubblico, avvertito da pochissimi. Il device è un po’ una ‘coperta di Linus’, il 68% se lo porta sempre in tasca.

Un sogno comune è avere una gestione più semplificata della malattia. Per esempio, emerge dall’indagine, attraverso terapie ‘once daily’ che piacciono al 78% dei pazienti, anche se c’è un 15% che non considera la somministrazione singola una soluzione preferibile. “Gli asmatici spesso non considerano la malattia così pericolosa da fare un adeguato trattamento continuativo, c’è sempre la convinzione che sia episodica – spiega Pierluigi Paggiaro, ordinario di malattie dell’apparato respiratorio all’università di Pisa – Convincerli a seguire correttamente le cure non è facile e bisogna studiare anche delle strategie alternative, usando tecniche di somministrazione più facili e più facilmente accettate come la somministrazione una volta al giorno, mirando alla lunga durata dell’effetto con possibilità di non risentire immediatamente di un’eventuale sospensione di una dose. Tutto questo aiuta a mantenere quel sufficiente livello di aderenza”. Un esempio in questo senso, ricordano da Gsk, è “la combinazione a lunga durata d’azione fluticasone furoato/vilanterolo, terapia once daily con efficacia dimostrata nelle 24 ore, disponibile dal 2014. Una terapia della quale due ulteriori studi recenti hanno confermato i risultati”.

L’aderenza alla terapia “è uno dei punti – spiega Gabriella Levato, medico di medicina generale (Fimmg Lombardia) – su cui noi medici di famiglia vogliamo impegnarci, cercando di responsabilizzare i pazienti. Altro aspetto cruciale è la diagnosi precoce, per evitare che i processi infiammatori rendano più severa la condizione”. Di asma, ricorda Paggiaro, “si muore ancora, anche se può sembrare un’assurdità”. Secondo dati Oms i decessi sono 180 mila l’anno nel mondo. “E spesso non sono pazienti affetti dalla forma severa della malattia”, precisa. “A pesare è anche la mancata capacità di gestione corretta. La diffusione della conoscenza è importantissima per una malattia che è in aumento. Basti pensare che nell’arco di 10 anni le diagnosi ricevute tra i bimbi e gli adolescenti sono cresciute del 50%, passando da un 6-8% a un 11-12%”.

Sempre dall’indagine emerge anche il modo in cui viene percepita la malattia da chi ne soffre: “La parola più ricorrente – osserva Sumberesi – più che preoccupazione o paura è fastidio”. Fastidio per la presenza ingombrante di una malattia che porta difficoltà o mancanza di respiro, tosse, respiro sibilante, senso di oppressione al torace. Il ruolo del medico di famiglia, conclude Levato, “è importante anche per consigliare al paziente di escludere eventuali fattori di rischio, conoscendo la sua situazione individuale e facendo per esempio un’indagine anche di tipo lavorativo per capire se è a contatto con sostanze che possono creare un’infiammazione cronica sul sistema respiratorio. Quel che è certo è che bisogna agire. E visti i bassi dati di aderenza alla terapia, qualsiasi cosa si fa, la si fa in meglio”.