Joe Nocerino, lo studio della musica e il trip-rock degli Elyza Jeph

105
in foto Joe Nocerino

di Rosina Musella

Dopo il loro primo EP “The Reason”, pubblicato nel 2018, e i due singoli “Wake me up” e “Daylight” prodotti da Simon Duffy, già produttore dei Massive Attack, Planet Funk, Amy Winehouse e altri, il duo trip-rock napoletano Elyza Jeph, costituito da Lisa Starnini e Joe Nocerino, pubblica il 26 giugno scorso il singolo “Goodnight”. Il brano, dalle sonorità evocative che camminano su un filo sospeso tra atmosfere oniriche e buie, è stato realizzato in collaborazione con Paolo Astarita al piano, Raffaele Pezzella alle percussioni e Julian Ogerman alla produzione. Per l’occasione, abbiamo intervistato Joe Nocerino, musicista, chitarrista e produttore musicale, facendoci raccontare della nascita degli Elyza Jeph e di cosa significhi lavorare nella musica oggi.

Come si è avvicinato alla musica?

Come ascoltatore devo ringraziare mia madre, che ha sempre ascoltato musica a palla nella sua vecchia radio a cassetta, quindi già da piccolissimo mi ha portato su questa strada. Lo studio della musica è venuto per caso, perché avendo avuto un problema di salute che non mi permetteva di praticare sport e attività varie legate al fisico, ho ripiegato sul corso di chitarra classica delle medie. Sviluppai già allora gusti musicali legati al rock, infatti dopo la scuola mi sono dato alla chitarra elettrica e non ho mai smesso di studiare, approfondendo nel tempo anche lo studio dell’armonia musicale.

Quando ha iniziato ad insegnare?

Già a sedici anni avevo la presunzione di insegnare, se così si può dire, ai bambini del circondario. Quindi diciamo che dal 2005 oso fare questa cosa. Nacque tutto per un’esigenza economica, perché volevo una mia indipendenza, ma negli anni mi ci sono appassionato. Vedere un allievo che progredisce ti dà molte soddisfazioni. Poi, col tempo, ho iniziato a lavorare in diverse scuole e attualmente insegno all’Accademia di Musica RMA.

L’insegnamento ha cambiato il suo approccio alla musica?

Assolutamente sì, mi ha aiutato a studiare ulteriormente e ancora oggi insegna qualcosa anche a me, perché l’allievo è lo specchio di quella che è la didattica e, applicandoti per trovare una soluzione per lui, rifletti meglio su tutto quello che è il tuo mondo musicale.

Come sono nati gli Elyza Jeph?

Sono nati nel 2016. All’epoca avevo già preso parte ad alcuni progetti, tra cui “ilNero” di Gianluigi Cavallo, secondo cantante dei Litfiba, e “Trip3” un progetto strumentale di musica elettronica col quale mi sono divertito tanto, sperimentando con l’uso dei sintetizzatori e la produzione. Abbandonati entrambi i progetti, ho continuato da solo a comporre anche con il computer e da lì chiesi a Lisa se le andasse di fare qualcosa insieme. Inizialmente le proposi due cover che avevo riarrangiato per chitarra acustica, “The Rip” dei Portishead e “Teardrop” dei Massive Attack e avendo idee molto simili e l’obiettivo comune che non era il successo, la fama, ma fare musica, ci siamo trovati subito. Infatti ancora oggi, nonostante gli impegni, continuiamo a produrre nostri pezzi.

Com’è nato “Goodnight”?

“Goodnight” è stato uno dei primi pezzi che abbiamo realizzato. È nato nel 2016, ma è stato un po’ tralasciato perché leggermente distante dal tipo di sound che avevamo imposto con gli altri, quindi abbiamo sempre pensato che andasse curato diversamente, considerandolo un pezzo speciale. È stato in gestazione per diversi anni, poi nel 2018 Paolo Astarita è entrato come ospite nella registrazione del pianoforte, che era probabilmente l’elemento mancante. Dopo l’uscita di “Wake me up”, la scorsa primavera, abbiamo deciso di farlo uscire come singolo. È stato masterizzato da Julian Ogerman a Londra e funge da apripista per un progetto futuro che vede la collaborazione di più artisti.

Quella musicale è presentata sempre come una carriera difficile da seguire. Cosa ne pensa?

Ogni strada è difficile, non solo quella della musica. Io stesso per un periodo ho studiato Lettere all’università, però in quel momento la musica stava diventando una cosa secondaria e non stavo bene con me stesso. Ho capito così che mi sarebbe stato impossibile fare qualsiasi altra cosa. Quello che consiglio ai ragazzi che studiano è di metterci il cuore e di avere sempre fame di conoscenza, non quella di successo, né tanto meno la voglia di farsi vedere. Se l’atteggiamento è quello giusto, si può vivere di musica a qualsiasi livello, perché vivere di musica non significa solo andare a Sanremo o fare i dischi con la major, ma anche insegnare, suonare nei pub. È oggi che abbiamo la concezione del palazzetto, degli stadi, ma i grandi gruppi del passato suonavano nei locali. I Led Zeppelin hanno suonato tanto nei locali, ovviamente anche negli stadi, ma sono stati i locali a renderli i Led Zeppelin. Quindi non mollare mai e non lasciarsi intimorire dalla diceria che con la musica non si possa vivere.

in foto Elyza Jeph