L’altra città, un itinerario tra “luoghi parlanti” di Napoli

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di Carolina Cigala
“L’altra città [guida sentimentale di Napoli]” di Davide Vargas (2017) segue le raccolte “Racconti di qui” (2009) e“Racconti di architettura” (2012), edite con grata riconferma dalla casa editrice napoletana Tullio Pironti, e si pone a conclusione di una trilogia di racconti sui luoghi, definiti dall’autore “luoghi parlanti”.
Come per le altre, i singoli componimenti sono impostati su un incalzante rimando tra luoghi fisici e luoghi interiori, talvolta secondo una partitura temporale, consapevole e logica -un prima e un dopo che chiude o apre ad una riflessione-, talvolta in modo sotterraneo, rizomatico, apparentemente autoreferenziale. Sono presenti inoltre alcune immagini, fotografie nella prima raccolta, disegni dello stesso Vargas nella seconda e nella terza. Comune è anche la veste grafica, nonché il corpo e la struttura del testo, articolato in sequenze narrative autonome ma riferibili ad un tema, il titolo appunto.
Chi scrive (e disegna) è un architetto, quindi un architetto-letterato, come è stato definito, che nutre la propria creatività nel complemento tra parola e materia e che ha scelto di coltivare la sua operosità nella propria terra e ad essa dedicarla con la fedeltà (e la pazienza) di un’ossessione d’amore.
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“L’altra città” propone un itinerario di alcuni pezzi di Napoli i cui elementi -materia, spazio, luce, umanità, paesaggio, segni di cura, di abbandono, di origini radicate o di attesa- reagiscono poeticamente con le imprevedibili sensazioni che affiorano quando ci si trova a tu per tu con essi, mettendosi in gioco completamente. Quando si libera il sentimento. “Come accade da queste parti, ogni cosa ne contiene un’altra. Scatole dentro altre, piene di sorprese. E si fa strada una dolce sensazione. Che nell’accumulo, questo tipo di accumulo così vicino all’abbandono, c’è una grande potenza evocativa”.
Come si sa la città partenopea ha infatti accumulato infinite descrizioni di viaggiatori, sotto forma di diario, racconto, resoconto, lettere, fiabe, opere teatrali, canzoni e la riproduzione delle immagini descritte ha indotto in qualche modo una elusiva metafora della città stessa.
E la realtà, anche solo per un turista, impone delle ricalibrature. A volte dolorose: “Un cielo così parla di solennità. Ce n’è bisogno in un luogo in cui regna l’assenza. Dov’è la morte? E io non so bene perché sono qui”; a volte oltre la sua celebrazione: “Troppa roba, per uomini incapaci di reggere sé stessi davanti a tanta perfezione”. E la scrittura stessa di Davide si fa sentimento secondo il suo personale codice, lenta nella adesione, frantumata quasi in apnea nella turbolenza, riconoscendo ai luoghi una inedita dimensione di dialogo. “Hai mai pensato, insomma, che senza la scrittura del tuo viaggio la città semplicemente non esiste?”.
Scrivere questa guida sentimentale di Napoli ha rappresentato per Davide una necessità, per conoscere la città che frequenta da una vita: “Conoscere una città significa cercare un punto di vista diverso, che inquadri il retro dell’apparenza. Entro cui risiede sempre una ragione”.
Un testo che riesce ad essere gentilmente sovversivo, affidando ad ognuno di noi la possibilità di fornire una risposta creativa, anche dinanzi alle incongruenze che portano ruggine e malerba: “Il ripensamento di un’altra idea. Opposta, radicale. Coraggiosa. Spiazzante. L’unica che consenta di emanciparsi.”
Per andare avanti senza rinnegare, per cogliere qualcosa che prima si è ignorato, per trasformare gli impedimenti in occasione.
Leggerlo è dunque un invito a vivere consapevolmente i propri luoghi e con essi la propria vita.
Trilogia