L’Archivio di Stato di Napoli, scrigno prezioso di memoria e di arte

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Poche settimane fa abbiamo visitato, rimanendone entusiasti, la chiesa dei SS. Severino e Sossio. Essa in realtà è la parte superiore di un complesso più ampio che include una chiesa inferiore, non più visitabile, che una scala raccorda ad un chiostro, quello del un monastero benedettino, attualmente sede dell’Archivio di Stato. Così, spinti dalla curiosità di scoprire cosa si celava dietro la porta della Sacrestia che rappresentava l’accesso al chiostro del monastero, eccoci nuovamente qui.
La storia
Fu il regio decreto del 22 dicembre 1808 di Gioacchino Murat a prevedere la creazione a Napoli di un Archivio Generale del Regno, dove sarebbero state riunite in un medesimo luogo gli antichi documenti delle istituzioni esistenti fino all’arrivo dei francesi, avvenuto due anni prima. Nel 1835, Ferdinando II, dopo la soppressione napoleonica degli ordini monastici, stabilì il trasferimento di carte e documenti dell’Archivio del Regno custoditi a Castel Capuano, presso il monastero dei Santi Severino e Sossio nel frattempo progressivamente abbandonato dai monaci. 
Dopo la restaurazione borbonica, il nome fu cambiato in Grande Archivio del Regno e si stabilì il principio che dovessero esservi versate anche le carte più antiche delle amministrazioni vigenti, anche se gli atti dei ministeri non potevano essere consultati né copiati senza autorizzazione del ministro titolare. In seguito sono poi pervenuti i versamenti degli uffici statali della provincia di Napoli, quali la Prefettura, la Questura, l’Ufficio distrettuale delle imposte dirette con gli atti relativi al cosiddetto Catasto provvisorio di Napoli che, stabilito da Murat nel 1809, è rimasto in vigore fino al 1914.
L’Archivio non fu risparmiato dalla devastazione della guerra. Nel settembre del 1943 le truppe tedesche in ritirata, su ordine del comando della Wehrmacht, appiccarono il fuoco per rappresaglia nel deposito di sicurezza di villa Montesano nel Nolano, presso San Paolo Belsito, dove erano state trasportate le serie più preziose. Furono perduti, tra gli altri, i 378 volumi in pergamena che costituivano la Cancelleria angioina.
Riccardo Filangieri, Direttore dell’Archivio, dedicò gli ultimi anni della sua vita a ricostruire – da varie fonti, sia pur incomplete e spesso di mera indicizzazione – i contenuti dell’immenso patrimonio perduto.
La Sala Filangieri
Pochi passi per attraversare l’Atrio dei Marmi, iniziato nel 1598 e completato nel 1623, un chiostro ampio e pieno di luce, circondato da colonne di marmo di Carrara, uno dei pochi esempi di chiostro su colonne e non su pilastri di piperno, e accediamo alla Sala Filangieri, l’antico refettorio dei monaci. La sala è maestosa, ampia, le scaffalature tutt’intorno, l’odore dei libri, il peso della cultura, della storia custodita si respira ad ogni passo. Percorriamo la sala in tutta la sua lunghezza fino a trovarci al cospetto del grande affresco realizzato da Belisario Corenzio che rappresenta la moltiplicazione dei pani e dei pesci e l’allegoria della fondazione dell’ordine benedettino. E’ in questa sala che si coglie in pieno il valore altissimo di un archivio come questo, custode di un enorme patrimonio fatto di storie che si intrecciano come trame e orditi fino ad intessere la Grande Storia. 
La Sala Catasti
Lasciata la sala Filangieri accediamo alla sala dei Catasti, il Capitolo dei monaci. Colpisce la magnificenza delle decorazioni del soffitto affrescato da Belisario Corenzio. Sono raffigurate le virtù con i relativi simboli e scene della tradizione benedettina, un complesso ciclo cristologico. Le scene dipinte, di fatto visibili solo ai monaci, avevano un contenuto pedagogico, di ispirazione e insegnamento per chi sostava nelle sale. Anche in questo caso prosegue parallelamente l’aspetto artistico delle sale con la suggestione che viene dai documenti contenuti nelle scaffalature, in questo caso particolarmente interessanti come spaccato di vita economica e sociale dell’epoca. I documenti contenuti in questo splendido ambiente, infatti, raccontano la storia del cosiddetto catasto onciario, sezione della Regia Camera della Sommaria (l’istituzione che trattava sia gli affari amministrativi che le cause giudiziarie concernenti il fisco), ovvero il sistema di tassazione della proprietà e dell’industria nato sotto il regno di Carlo II di Borbone nel 1741. Si tratta di un patrimonio di 9.000 volumi relativi a tutte le Università (così si chiamavano le amministrazioni comunali dell’epoca) del Regno con l’eccezione di Napoli, i cui abitanti furono esentati dal pagamento della tassa catastale e quindi dall’obbligo di “formare” il catasto. In tutto il resto del Regno le Università furono tenute ad una serie di adempimenti per l’istituzione del catasto e la ripartizione dell’imposta, che variava a seconda della specie di possessori di beni. All’epoca di istituzione del catasto onciario, l’imposta principale era la gabella basata sui consumi e pertanto considerata iniqua in quanto non teneva conto della reale consistenza patrimoniale delle famiglie. Per questa ragione venne introdotto il catasto onciario che prevedeva una tassazione basata sulla effettiva ricchezza dei cittadini. Esso includeva una serie di documenti: gli atti preliminari, le rivele, gli apprezzi e l’onciario vero e proprio. La rivela è una vera e propria autodichiarazione del capofamiglia che “rivelava” le sue generalità, la residenza, le proprietà possedute, lo stato civile, la professione. Sulla base del contenuto delle rivele venivano redatti gli apprezzi da parte dei pubblici ufficiali preposti a verificare la veridicità delle informazioni “rivelate”. Dal confronto di rivele e apprezzi, nasceva l’onciario, con la quantificazione in oncie (antica moneta in uso nel Regno di Napoli fino all’epoca dei re aragonesi) dell’imposta dovuta, calcolata in base alla classe di appartenenza dei residenti, divisi in cittadini, comprese vedove e vergini, cittadini ecclesiastici, chiese e luoghi pii del paese, bonatenenti (possessori di beni) non residenti, ecclesiastici bonatenenti, chiese e luoghi pii forestieri.
Si tratta di un patrimonio di inestimabile valore, testimonianza preziosa della storia economica e sociale di tutti gli attuali Comuni dell’Italia meridionale alla metà del Settecento.
Concludiamo il nostro viaggio nella storia e nella memoria attraversando il chiostro del Platano, così detto per il platano che, secondo la leggenda, vi fu piantato da San Benedetto. Tutt’intorno il bellissimo ciclo di  affreschi rinascimentali, realizzati da Antonio Solario detto «lo Zingaro», che raccontano episodi della vita del Santo e  i suoi miracoli, accompagnando ieri i monaci nelle loro meditazioni e oggi il visitatore che ne rimane affascinato e rapito.

L’Archivio di Stato di Napoli, scrigno prezioso di memoria e di arte