L’eleganza della scienza triste. Il Nobel Deaton visto da Napoli

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Eloquenza ed eleganza. A impressionare allievi e studiosi non solo è la profondità di analisi, ma il suo modo di spiegare teorie e fenomeni complessi. Dallo studio della domanda di consumo alle dinamiche della disuguaglianza, l’economia illustrata da Angus Deaton, appena laureato Nobel per l’Economia dall’Accademia di Svezia, è una scienza tuut’altro che triste. È affascinante. Lo ricorda perfettamente Tullio Jappelli, direttore del Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche della Federico II. Jappelli in America è di casa, dopo aver conseguito il dottorato in Economia presso il Boston College, trascorre frequenti periodi di ricerca presso la University of Pennsylvania, il Mit e la Princeton University. E qui, alla Princeton, incontra Deaton. “Agli inizi degli anni Novanta scelsi di approfondire le mie ricerche lì proprio perché c’era lui”.

Tullio JappelliCosa ricorda di quei seminari?

È un uomo affascinante, di grande capacità oratoria. Il che non è affatto frequente nel nostro mondo di specialisti. Ancora più rara è la sua scrittura, di un eleganza in grado di attrarre una platea molto più vasta degli studiosi. Si può scrivere un articolo scientifico interessante, ma un articolo interessante e pure bello è frutto di una dote unica. E Deaton ce l’ha.

È rimasto in contatto con Deaton e il suo gruppo di ricerca?

Sì, ho collaborato in particolare con Anne Case, sua moglie, anche lei docente di Economia a Princeton.

Su quali tematiche?

Welfare, valutazione delle politiche pubbliche, analisi della disuguaglianza, insomma tutti filoni avviati o comunque fortemente rinnovati da Deaton.

Scozzese di nascita, formato in Inghilterra e poi professore negli Stati Uniti. Il suo profilo biografico caratterizza anche la sua ricerca?

Molto, formarsi in Inghilterra e trasferirsi poi a Princeton ha certamente un impatto soprattutto per chi fa ricerche economiche. Deaton ha saputo legare le due sponde dell’Atlantico, il che emerge soprattutto dal metodo in cui affronta la questione dei consumi. Un tema che lo lega a un’altra figura molto particolare della storia economica, il nostro Franco Modigliani.

Sono figure simili?

Sono di due diverse generazioni, Modigliani è del 1918 mentre Deaton è del 1945. Ma certo la lezione di Modigliani sull’ipotesi del ciclo vitale relativo per analizzare la dinamica dei consumi di un individuo ha influito molto sulle ricerche di Deaton. Non è un caso se nei primi anni Duemila, in occasione di un convegno internazionale su Modigliani promosso dall’Accademia dei Lincei a Roma, Deaton tenne una conferenza proprio sulla sua teoria dei consumi.

Oltre all’eleganza della sue teorie e della sua scrittura, un altro aspetto che caratterizza l’economista di Princeton è anche la sua capacità di scendere nel pratico.

Diciamo così, Deaton rappresenta davvero un esempio di economista completo proprio per la capacità di sottoporre a verifica empirica le ipotesi teoriche.

Un esempio?

Verifica empiricamente il fatto che durante la vita lavorativa di una generazione, la disuguaglianza dei consumi aumenta per effetto delle diverse traiettorie di reddito dei singoli individui. Riesce cioè a mettere in chiaro che parte del rischio di reddito è assicurata dal sistema di welfare e da trasferimenti tra famiglie e che quindi la dinamica della disuguaglianza dei consumi riflette non solo la dinamica dei redditi, ma anche l’importanza delle istituzioni sociali e delle famiglie. Il che è essenziale per capire le differenze di sviluppo tra Paesi.

Da qui nasce la sua critica alle politiche di sostegno ai Paesi in via di sviluppo?

Esatto. Non basta misurare redditi, serve valutare i fattori che influenzano le disuguaglianze nelle condizioni di partenza, in primis accesso alla salute e all’istruzione.

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